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FELICITA’ di Luigi Pirandello | Testo

La vecchia mamma duchessa uscì quasi imbalordita dalla stanza ove il marito s’era segregato, dal giorno che la nuora coi due nipotini aveva abbandonato il palazzo e la città per ritornare dai suoi parenti di Nicosia.
Quasi si sentisse lacerare dentro, contrasse il volto e si restrinse tutta in sè al cigolio lamentoso dell’uscio, che avrebbe voluto richiudere pian piano. Che era stato quel cigolio? Niente. Forse il duca non lo aveva nemmeno avvertito. Eppure la vecchia duchessa ne rimase un pezzo vibrante e ansante e in preda a una sorda stizza, quasi quell’uscio, pur trattato con tanta delicatezza, avesse voluto farle un crudelissimo dispetto.
Come gli animi, tutti gli oggetti di quella casa, animati da tanti ricordi familiari, pareva fossero da qualche tempo in una tensione di spasimo violenta: a toccarli appena appena, davano un lamento.
Stette un po’ in orecchi; poi, con la cèrea faccia disfatta, il collo piegato come sotto un giogo, si mosse sui soffici tappeti, attraversò molte stanze in penombra, dove tra i cortinaggi antichi e gli altri mobili scuri e quasi funebri stagnava un alido strano, come un’afa del passato, e si presentò sulla soglia della camera remota, nella quale Elisabetta, la figliuola, stava ad attenderla in smaniosa ambascia.
Nel vedere quell’aria della madre, Elisabetta si sentì venir meno L’impeto, con cui nell’attesa avrebbe voluto correrle incontro, le mancò a un tratto, e subito tutte le membra le si rilassarono così, che non poté neanche sollevare le gracili mani per nascondersi il volto.
Ma la vecchia mamma le si accostò e, posandole lievemente una mano sulla spalla:
– Figlia mia, – le annunziò, – ha detto di sì.
La figliuola ebbe un sussulto e, con la faccia sconvolta, guardò la madre. Era così violento il contrasto fra l’esultanza che quell’annunzio le suscitava e la soffocazione che le incuteva quell’aria di stordimento e di pena della madre, che la poverina, storcendosi le mani, stridette convulsa tra il riso e il pianto:
– Si? sì? ma come? sì?
– Sì, – ripeté la mamma, più col cenno che con la voce.
– Ha gridato? s’è infuriato?
– No, niente.
– E allora?
Ma subito comprese che, appunto perché il padre aveva detto di sì senza gridare né infuriarsi, la madre era così oppressa di doloroso stupore.
Aveva fatto chiedere al padre, che volesse condiscendere alle nozze di lei col precettore de’ due figliuoli della nuora andata via da poco.
Ma la condiscendenza del padre, così, senza gridi né furie, aveva per lei un significato ben diverso da quello che aveva per la madre.
Ben diverso; non meno penoso.
Forse perché donna e secondogenita, forse perché non bella, così timida in apparenza, umile di cuore e di maniere, schiva e taciturna, non era stata mai calcolata da lui come una figliuola, ma piuttosto come un ingombro lì per casa, un ingombro di cui provava fastidio solo quando si sentiva guardato; non metteva conto, dunque’ che si adirasse o si amareggiasse il sangue se ella voleva sposare un servitore un precettoruccio, un maestrino di scuole elementari: forse per lui non era degna d’altre nozze.
La madre invece, che con tanto terrore, spinta dall’amore per la figlia, s’era presentata con quella proposta al marito, di cui conosceva bene l’orgoglio, tanto più fanatico e fiero, quanto più angustiose si erano a mano a mano ridotte le condizioni finanziarie del casato, e le ire furibonde che lo assalivano per ogni atto del volgo, che gli paresse un nuovo attentato a’ suoi privilegi nobiliari; pensava che se egli derogava così a se stesso, ai suoi più forti sentimenti, doveva senza dubbio essere già cominciato l’estremo sfacelo del suo spirito, dopo l’ultimo colpo che gli aveva dato il figlio, unico erede del nome, invescato da una donnaccola di teatro e fuggito via con essa, ormai da un anno.

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