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VEXILLA REGIS di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

– Ora sono sola, – disse come a se stessa. – Tutto questo tempo sono stata… così per aria! un’estranea curiosa e leggera in mezzo alla vita… di qua, di là. Di vero, di concreto intorno a me, nulla: mia madre, che mi teneva posto di tutto, è vero, ma… E la gioventù: un soffio… passata così, senza nulla… – Si levò in piedi di scatto con un’esclamazione indeterminata: – Bah! A Coblenza, sai? più d’uno chiese alla mamma la mia mano… e poi tanti, uh! hanno perduto il tempo a corteggiarmi… Ora me ne ritornerò a Wiesbaden, nella casa che m’ha lasciato lo zio; e chi sa, ci sarà qualche altro ancora – benché io non sia più giovane che vorrà avere la degnazione di credere che forse valga la pena di continuare a perdere un po’ di tempo a corteggiarmi, con fine onesto anche, perché no? sono ricca; potrei permettermi il lusso della franchezza: dichiarare che non sono zitellona come mi si crede, benché non sia né vedova, né maritata… È proprio così! Rimango così! Bisogna dire che rimango male… Mah! Tu in coscienza credi che non puoi né devi fartene un rimorso. Infatti, dici bene: sono voluta andar via io: tu mi avresti sposata subito, allora. Dell’esser io tornata, non vuoi tenere alcun conto: non fa più comodo a te, adesso, di sposarmi: per mia figlia sono morta, e ho commesso una follia a venire. Si deve dunque chiudere così la mia vita? Convieni almeno, via! che la follia che ho commessa non è poi brutta! Sono tornata; mi chiudi la porta in faccia; resto sola, senza più neanche un dolce ricordo, con la memoria soltanto dell’accoglienza che m’hai fatta, e senza alcuno stato. Via, via, lascia che veda mia figlia, mi porterò almeno l’imagine di lei nel cuore; e questa imagine forse… –. Non concluse, ritenuta improvvisamente dal fare, anche a se stessa soltanto, una promessa che poteva esser sacra e che la vita, a una prima svolta, poteva smentire. Domandò: – Come potrò vederla? –.
– Io torno questa sera in campagna, – disse il Furri con voce arida, – domattina sarò a Roma con Lauretta: domani è venerdì… ah; è il venerdì santo! in chiesa… Senti: a San Pietro, domattina, per le funzioni: dalle dieci alle undici. Ti troverai lì; io entrerò con mia figlia, e la vedrai.
– È religiosa?
– Molto, sì
– Allora certo, in chiesa, prega ogni volta per me… E se domani io la vedo inginocchiata, dirò: eccola, prega per me.
– Anny, Anny…
– Vuoi che non pianga? Io non sono morta, come tu le hai fatto credere. E a mia figlia che prega per me non posso neanche dire: sono viva, guardami! sono viva e piango per te.
Attese un tratto, piangendo, che il Furri le dicesse qualcosa; poi si tolse il fazzoletto dagli occhi e vedendolo chiuso nel cordoglio e col volto contratto, si alzò e asciugandosi gli occhi, disse:
– Va’! va’! A domani, dunque… Lasciami sola. Verrai a salutarmi? Partirò domani l’altro: sabato.
– Verrò, – rispose il Furri.
– Intanto, a domani. Addio.
La prima e più tremenda prova era superata. E quantunque il Furri, in treno con la figliuola, si sentisse ancora sotto l’incubo della presenza di colei, pure, come se da quel tuffo violento nel passato e dal cozzo interno di tanti opposti sentimenti un po’ dell’antico vigore si fosse ridestato in lui, notava che egli, non che soffrisse il danno temuto da quell’incontro, ne aveva quasi tratto insperata energia; e, più che compiacersene, se ne stupiva. Uscito il giorno innanzi, come ebbro, dall’albergo, gli era parso, è vero, che tutto gli fosse girato intorno, e aveva avuto appena il tempo e la forza di chiamare una vettura e di salirvi. Ma come aveva saputo poi dominarsi, la sera, in presenza della figliuola!
Ora il rombar cadenzato del treno imponeva quasi un ritmo al turbinare di tante impressioni e di tanti sentimenti in lui. Si sentiva di tratto in tratto ferire acutamente dalla spina del rimorso infertagli dalle ultime parole d’Anny; e allora ripeteva a se stesso: – È passato! è passato! – come se l’aver potuto jeri andar via a tempo, rendesse oggi tardivo e per ciò inutile il rimpianto di non avere ceduto al sentimento di indulgente pietà ispiratogli dalle lagrime di lei. Ma così del resto doveva fare! La dura resistenza, per quanto in certi punti ora a lui stesso crudele, era necessaria. E gli bastava posare lo sguardo sulla figlia che gli sedeva dirimpetto per averne conforto e giustificazione. Lauretta gli parlava, e lui guardandola intentamente chinava di tanto in tanto il capo in segno d’approvazione, pur senz’intendere nulla di ciò che lei gli diceva.
– Ma no! ma no! se non m’ascolti! – gli gridò a un certo punto Lauretta.
– Hai ragione… – fece lui, riscotendosi e andando a sederle accanto. – Ma con questo fracasso…
– E allora perché dici di sì col capo, mentr’io invece dicevo di no, che non può essere?
– Che cosa? Scusami, pensavo…
– Già! Come la signorina Lander, quando le parlo e non mi sente.
– Che cosa? – domandò la sorda, a sua volta, nel vedersi indicata da Lauretta.
– Nulla! nulla! non dico più nulla! – fece questa indispettita, e si mise a guardar fuori.
– Brava Lauretta! Oh, senti: se facciamo a tempo… dopo la compera dell’abito, vuoi che andiamo a San Pietro per le funzioni?
– Bravo papà! – approvò Lauretta. – Ma non facciamo a tempo. Se andassimo prima a San Pietro? Però…
– Che cosa? – ridomandò la sorda, vedendosi guardata da Lauretta.
– Non dico a lei! – rispose questa, accompagnando le parole con un gesto della mano inguantata; e, rivolgendosi al padre, aggiunse: – Che ne facciamo di lei? Non possiamo mica portarcela in chiesa con quel cappellaccio…
– Si sa! – rispose il Furri. – Scendiamo prima a casa, e la lasciamo.
– Ma si fa a tempo?
– A momenti siamo arrivati. Vedi che, se non t’ascoltavo, pensavo di farti un regalo con la mia proposta. E tu, di’ la verità, pensavi al negozio delle stoffe; e a San Pietro, no.
– Non è vero! – negò Lauretta. – Ma se tu, scusa, hai sentito il bisogno di muoverti giusto la settimana santa… Se non fossimo andati via, all’abito forse non ci avrei pensato, e avrei pensato certo d’assistere alle funzioni. Poi supponevo che tu non mi ci volessi accompagnare. Hai tanto da fare, che jeri, prima, hai dimenticato la mia commissione, – fortuna, dico io, perché così scelgo da me e ti faccio spendere il doppio – e poi oggi, non so, mi pareva che avessi la testa tra le nuvole. Figùrati se ti avrei detto: Papà, conducimi a San Pietro.
– Eh, lo sapevo! – disse il Furri ridendo. – Hai sempre ragione tu!
– Vuoi essere ringraziato?
– No no, – rispose egli turbandosi. – Mi ringrazierai dell’abito piuttosto, se mi farai spendere molto.
– Lo spero bene! – esclamò Lauretta.
Il treno, entrato nella stazione quasi scivolando sul binario, s’arrestò di schianto, e la Lander, che già s’era alzata, ricadde improvvisamente a sedere esclamando: – Oh Je’! – mentre il cappellaccio di paglia, urtando contro la spalliera, pùmfete!, le saltava sul naso. Lauretta scoppiò a ridere. Il Furri, che non s’era accorto di nulla, sconvolto alla vista della stazione dal ricordo del giorno innanzi, si voltò di scatto al riso della figlia, colpito: il riso della madre, lo stesso riso! Non l’aveva mai notato.
– Se lei porta cappelli inverosimili! – gridò aspramente alla Lander. E come se la scoperta di quella somiglianza nel riso avesse avuto per lui un significato di condanna, cadde in preda a un’agitazione rabbiosa, di cui la signorina Lander volle per un buon tratto esser vittima ostinandosi a scusare il suo cappello e a incolpare il treno che s’era fermato di schianto, cosa che in Germania, naturalmente, non soleva mai avvenire.
L’agitazione del Furri crebbe di punto in punto, fino a fargli perdere ogni dominio di sè, davanti alla figlia; la quale, stupita dapprima ch’egli avesse potuto prendere in così mala parte l’incidente occorso alla signorina Lander, non intendeva ora perché avesse quell’angosciosa fretta di condurla in chiesa.
– Se non puoi, babbo, lasciamo andare! – gli disse.
– No no! – rispose recisamente il Furri. – Andiamo subito, anzi!
E appena salito in vettura, gli parve che conducesse la figliuola a un sacrifizio entro la chiesa. Non tirava quasi più fiato dall’angoscia. E in quella tortura e in quello smarrimento dei sensi non discerneva più se fosse costernato maggiormente per sé o avesse paura per la figliuola. Più che determinata paura, sentiva sgomento della chiesa, sapendovi in agguato, invisibile, colei, piccola sotto la poderosa vacuità di quell’interno sacro. Traversando la piazza immensa, sporse un po’ il capo a guardar la cordonata della chiesa in fondo: minuscole persone sparse vi salivano e scendevano, altre erano ferme là in alto. Oh se tra queste colei si fosse fermata ad aspettare! Strinse le pugna come per contenere in sé un impeto rabbioso d’odio. Come, come passarle davanti, sotto gli occhi, con la figliuola accanto? – Scese tremando dalla vettura.

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