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VEXILLA REGIS di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Andammo a Neuwied, cioè ci fermammo colà, perché io non potei più proseguire il viaggio; mi ammalai, fui per morire, Mario: quattro mesi a letto. Ah, se tu mi avessi vista, quando mi rialzai! Scrissi allora, sai? di nascosto, scrissi a quel signor Berti che era a Novara, e che veniva qualche volta a trovarci in villa, mi désse notizia della bambina, mi dicesse soltanto: vive! nient’altro; non lo disturberei più, mi indirizzerei in séguito ad altri, e se ad altri non potessi, mi terrei paga d’una sua sola notizia, la meno precisa ma me la desse. Nulla, non ebbi risposta. Attesi, attesi. Poi volli persuadermi che la creaturina fosse morta, e che il Berti, non avesse voluto darmi questa notizia… o che, se viva, ero morta io per lei… almeno fintanto che la mamma… ma vedi: questo mi ripugnava: sperare su la morte della mamma.
– E su quella della figlia, no! per distrarti…
– È vero: mi sono distratta. Dopo la malattia. Mi parve d’uscire da un sogno angoscioso, e che tutto fosse finito. Ma com’io abbia vissuto, non te lo saprei dire. Non lo so nemmeno io: perché non sapevo nulla di voi. E la mamma intanto mi spingeva, mi assediava, cercava ogni mezzo per divagarmi. E se tu ti eri ammogliato? e se la bambina era morta davvero ? Tanti pensieri… tanti sogni… e nulla di certo, né per me, né per voi… Ma sempre dentro di me qualcosa che m’impediva d’accogliere la vita, all’infuori delle minute frivolezze o dei piccoli avvenimenti senza vero interesse e senza scopo. Così ho vissuto fino alla morte della mamma. Che debbo dirti di più?
– A Neuwied! – mormorò il Furri assorto, dopo un lungo silenzio. – Quanto ti ci sei trattenuta?
– Oh, a lungo! Più di un anno. Poi siamo andate a Coblenza.
– Eri dunque a Neuwied! E io ci passai, al ritorno.
– Tu ?
– Io. Venni a cercarti; senza nessuna traccia. Fui a Bonn, a Colonia, a Braunschweig, a Dusseldorf, seguendo qualche indicazione raccolta qua e là. Passai da Neuwied, ritornando in Italia, ma non mi fermai: già non ti cercavo più! Fui anche a Wiesbaden.
– Povero Mario! – fece Anny con tenerezza. – Ma a Wiesbaden eravamo andate in quest’ultimi anni soltanto, per invito dello zio, che è morto, poveretto, due anni fa: era solo, vecchio e infermo: ci volle in casa, dimenticando gli antichi dissapori con la mamma. Dopo un anno e mezzo è morta lei: quattro mesi come l’altro jeri.
– Se ti avessi trovata allora! – sospirò il Furri, alzandosi.
– Ma vedi, ora, – disse Anny, – son venuta a trovarti io.
– A trovare chi? A trovare un morto! Oh Anny! Non vedi? non vedi? Fra tua madre e me e nostra figlia hai scelto quella. Che vuoi ora da me? Tua madre è morta; ma sei morta anche tu per Lauretta!
– Oh no, Mario! – fece con orrore Anny.
– Aspetta. Anny. Vedi: davanti a te, m’è caduto lo sdegno: io non so più parlarti, come forse dovrei. Ma è evidente che tu non sai renderti conto di quello che hai fatto, del tempo che è passato, di tutto quello che è avvenuto in questo tempo. Scommetto, che tu imagini ancora Lauretta come una bambina, ed è alta, sai, quanto te: è una donna davanti a cui tu, se ora la vedessi, resteresti come davanti a una estranea. Per te il tempo non è passato: lo vedo, lo sento. Tu sei ancora come una ragazza – quella di prima e, vedi, parlandoti, mi viene da piangere, perché io sono vecchio, Anny, vecchio, vecchio e finito. No, no, lasciami piangere. Non ho mai pianto. Ma mi vedo davanti ciò che ho perduto, ciò che tu mi hai rubato, e vedi: vorrei qua, sotto i piedi, la fossa di tua madre per calcarci sopra la terra con tutta la forza del mio odio! Ah, nessun fiore, se c’è Dio, crescerà su quella fossa, come nuda e senza un sorriso è stata la culla della figlia mia, e squallida e muta la mia vita, per causa di lei, e tua, e tua… Ti copri la faccia? Ah, c’è da inorridire davvero! Non è, non è reparabile quello che avete fatto. Ora tutto è finito! tutto e per sempre! Non può intenerirmi il tuo pianto. Non ti fo piangere io, ma tua madre. Domandane conto a lei. Ha spezzato la mia vita e la tua: ti ha uccisa per tua figlia. È stata lei: che vuoi ora da me? Io sono morto; non posso farti rivivere. –
Anny era caduta sul canapè e piangeva arrovesciata sulla spalliera. Il Furri passeggiò un tratto per la camera, poi andò presso la finestra e vi si trattenne, fermo nell’odio, contro ogni suggerimento pietoso che potesse venirgli dai singhiozzi di lei. Il cagnolino nero si levò su le quattro zampette sul canapè, cacciando il musetto sotto il braccio della padrona; ma Anny lo respinse col gomito; allora Mopy si rizzò con le due zampette anteriori sul bracciolo, e si mise a ringhiare contro il Furri alla finestra, poi abbaiò. Anny si voltò subito a lui, e se lo strinse al petto piangendo. Il Furri si tolse dalla finestra senza guardare Anny. Entrambi stettero a lungo in silenzio. Poi ella, rimesso alla cuccia il cagnolino, si alzò, prese da una seggiola una valigetta e l’aprì per trarne un altro fazzoletto anch’esso listato di nero, col quale si asciugò a lungo gli occhi. Finalmente disse con durezza nella voce:
– Mia figlia… non debbo vederla?
Il Furri notò l’espressione torva del volto di lei e, urtato dal tono della voce, rispose:
– Te ne nasce tardi il desiderio.
– Io me ne riparto subito! – riprese Anny con la stessa espressione, ma più fiera, e la stessa voce. – Però mia figlia voglio vederla.
E scoppiò di nuovo in singhiozzi, nascondendo la faccia nel fazzoletto.
– Come potrei fartela vedere? – disse il Furri. – E poi, perché?
– Voglio vederla! – insisté Anny tra i singhiozzi. – Anche da lontano, e poi me ne ripartirò.
– Ma io… – fece esitante il Furri.
– Temi che voglia tenderti un agguato? Oh inorridisci tu adesso! Ma è così naturale imaginare codesto sospetto in uno che ha accumulato tant’odio per rovesciarlo senza alcuna considerazione su una morta! Basta, basta… Ogni recriminazione è inutile! Sono accorsa a te, alla figlia, col cuore d’allora: tu me l’hai assiderato. Basta! Comprendo ora anch’io d’aver commesso una follia a venire.
– Sì, – disse il Furri – come un delitto allora, nell’andartene. Questo è il mio giudizio. Delitto – disse allora il mio cuore, quando tornai da Torino alla villetta, ove trovai la bambina abbandonata. Follia – mi costringe ora a dire lo stato in cui sono ridotto ed è veramente così, perché tu, che avresti potuto imaginare com’io dovessi rimanere allora avresti potuto anche supporre come necessariamente dovevi ritrovarmi adesso. Ma non t’è passato neanche per la mente! Tu hai potuto scusare davanti a me quello che hai fatto e addurre come una giustificazione l’essere tornata a noi, dopo tant’anni! Via, via, Anny! Misura il baratro che s’è scavato tra noi due: tu credi di poterlo saltare a piè pari? Ma io non posso, vedi: mi reggo appena su le gambe, io. Basta, basta davvero. Perché vuoi vedere tua figlia? Tu non la conosci…
– Voglio vederla appunto per questo! – esclamò Anny tra le lagrime.
– Lo so, – riprese il Furri. – Ma la ragione dovrebbe imporre un freno a codesto tuo sentimento, nell’interesse tuo stesso.
– No, no! – negò Anny. – Sono venuta qua; so che mia figlia è qua; vuoi che me ne riparta senza vederla?
– Ma non è qua, non è a Roma, ti ripeto.
– Non è vero! Stai in campagna tu? O l’hai nascosta perché hai avuto paura, di’ la verità!
– Ebbene, sì, ma non giova rilevarlo, giacché deve essere così.
– Ah non giova! Per te, si sa. Ma tu andrai a prenderla: voglio vederla, anche dalla finestra: la farai passare di qui, o per via – io non so! Non temere: saprò frenarmi.
– Ebbene… Ma è una follia anche questa, Anny! Ascoltami: io non temo, perché l’affetto o il desiderio che hai di vederla non potrebbe spingerti a commettere un altro delitto: quello d’uccidere in lei l’ideale senza imagine che ella ha della mamma sua; tu le sembreresti pazza, e tutt’al più, come pazza, potresti farle pietà. Ma se ragioni, se la convinci, profanando l’idealità vaga e pura e santa che ha di te morta per lei, non pietà né alcun altro sentimento buono, credilo, potresti muovere in lei. Di questo sono convinto: perciò non temo. Io dicevo per te.
– Oh grazie! Dopo quello che hai detto, ti preoccupi ancora di un’altra spina che mi porterei nel cuore? Quanta carità! E del mio avvenire, adesso, di’, non ti preoccupi? Che sarà di me? Ci penso anch’io.
Tacquero un tratto, tutti e due assorti in questo nuovo pensiero; lui con gli occhi chiusi dolorosamente, nell’atteggiamento di chi è solito crucciarsi in cuore senza parola; lei con gli occhi alle punte aguzze delle scarpine.

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