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VEXILLA REGIS di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

– Quante cose abbiamo da dirci, – bisbigliò Anny, prendendogli una mano.
Egli aggrottò maggiormente le ciglia accennando di sì col capo e traendo un lungo sospiro.
– Non mi stringi la mano? Non sei contento ch’io sia venuta? – domandò sommessamente, poco dopo; e aggiunse: – Eh. Io so… Ma vedrai… non ci ho colpa. La mamma… –. S’interruppe; si portò subito il fazzoletto agli occhi. Il Furri si voltò a guardarla: il fazzoletto era listato di nero.
– Parleremo poi, ti prego, Anny! – ripeté, più commosso che intenerito.
– Sì sì, a casa. Quieto, Mopy! Oh, ma non credere che sia venuta così… Non sarei venuta, se non avessi incontrato nel Kuhrgarten a Wiesbaden… indovina chi? il Giovi… l’amico nostro di Torino… che m’ha parlato tanto di te… Io pensavo… non so… pensavo tra l’altro… sì… che tu ti fossi ammogliato… pensavo che la piccina… potesse anche non vivere più… «Vive!» m’ha detto il Giovi. «Sta con lui…» E io sono corsa ad annunziarlo a questo mostro qui! E vero, Mopchen? Come t’ho detto? Vive! vive! la padroncina vive! Noi l’abbiamo chiamata Mary, è vero? Il Giovi m’ha anche detto che tu hai preso per lei una governante tedesca, una vecchia, è vero? Laura dunque parla il tedesco, mentre io non so più parlare l’italiano. Ho provato col Giovi: l’ho fatto ridere. Ah, com’egli si diverte a Wiesbaden! È sempre quello di prima… soltanto, non ha più quell’enorme barbone… Io non l’avrei riconosciuto. M’ha riconosciuta lui. Ma a momenti non ha più nemmeno i baffi! Diventa tutto bianco, e non volendo ricorrere ai cosmetici, taglia, taglia, capisci? sarchia anche i baffi, quel bel pajo di baffi! «Perché, Giovi?» gli domandai. Dice, non lo sa neppure lui «per istinto giovanile», m’ha risposto; ma poi s’è tolto il cappello e battendosi con una mano il capo calvo ha esclamato: «Eppure, ecco qua: Piazza della Vecchiaja!». M’ha detto che sei calvo anche tu. Fa’ vedere!
Il Furri ebbe quasi l’impeto di saltare dalla vettura, fuggire. – Scommetto, – disse, – che tu non hai un solo capello bianco, è vero?
– Ah, neppure uno! – esclamò Anny trionfante. – Ti sfido a trovarmene uno! Vedrai. Ma anche la mamma, sai, poverina! M’è morta, sai, con tutti quei suoi capelli ancora biondi come l’oro! Ah i capelli della mamma… Io non ne ho neanche la metà.
“E ora mi parla della madre!” pensava il Furri stupito e, ormai, dall’incoscienza di colei irritato più a sdegno che a ira.
– Ah! – fece Anny improvvisamente, sollevando la mano di lui, che teneva ancora nella sua. – Il mio anellino! Fa’ vedere! – E poiché egli ritrasse la mano quasi istintivamente: – Fa’ vedere! – insisté Anny. – Oh, come ti stringe il dito! Puoi tenerlo ancora? Non ti fa male? Io, il tuo… la mamma me lo levò… Credevo lo tenesse nascosto. L’ho cercato, non l’ho trovato. Chi sa che n’avrà fatto; l’avrà buttato via.
– Ha fatto bene! – disse il Furri, quasi senza volerlo.
– Ah no! guarda: – esclamò Anny, mostrandogli le due mani bellissime. – Non ne ho più tenuto, da allora!
Il Furri la guardò fisso e quasi con durezza, come non potesse più trattenere le tante domande che gli facevan ressa alle labbra.
– Nessuno! – ripeté Anny con fermezza. – Soltanto per pochi giorni quello tolto dalla mano della mamma morta: era l’anello nuziale del babbo: una sacra memoria.
La carrozza si fermò davanti all’Albergo della Minerva.
– Ah, stai qui? – domandò Anny, alzandosi col cagnolino in braccio; ma subito aggiunse: – Questo è un albergo. Intendo, intendo. Ma, bada, Laura voglio vederla subito, io!
Entrati nella camera loro assegnata, Anny riprese:
– Ora, lasciami sola. Tre giorni di viaggio: non ne posso più. Il baule è qui: farò la mia toletta. Tu intanto va’ a casa, e conducimi qui subito subito Laura.
– Ma no, cara, – fece il Furri – non è a Roma.
– Non sta con te? Qua, Mopy, qua, – gridò Anny correndo dietro al cagnolino che col musetto aveva aperto l’uscio accostato e se n’era uscito sul corridojo. Poco dopo rientro con Mopy in braccio, e buttandolo sul canapè, gli gridò: – Cuccia lì! –.
– Dobbiamo prima parlare. – riprese il Furri severamente.
– Chiudi l’uscio, ti prego. Ho fatto male a venire: vuoi dirmi questo? Dimmelo semplicemente, ti prego, senza turbarti. Senti. – Esitò alquanto, grattandosi celermente l’insenatura tra la pinna destra del naso e la guancia, con un gesto che il Furri le riconobbe abituale. – Senti. La colpa non è mia, la colpa è del Giovi. Sono venuta spontaneamente’ sì, ma egli m’assicurò più volte che tu vivevi solo solo e sempre in casa e malfermo in salute anche. Dunque ho supposto che – scusami, se rido – che, via! sarei potuta venire. Ho supposto male? Hai ragione: oh, non te ne fo, né potrei fartene un torto. Rido, vedi? La mia parte, infatti, non è bella, ora. Vorrei pigliarmela con quel burlone del Giovi. Ma, poveretto: gli amici non sono obbligati a saper tutto. Via, confessalo, Mario. Non stare così.
Il Furri s’era portate ambo le mani su la faccia, premendovele vieppiù a ogni parola d’Anny.
– Guardami negli occhi, – riprese questa, cangiando tono, ma pur quasi affettando una seria preoccupazione: – Il caso è grave? altri figliuoli?
– Tu non sai ciò che voglia dire averne una! – disse egli con voce vibrante di sdegno, scoprendo il volto irosamente e stringendo le pugna come per trattenersi.
– Prima di rimproverarmi aspetta che ti dica. Credi forse, Mario, ch’io non abbia mai pianto? La mamma non c’è più, per dirtelo. Ma l’essere venuta così, col pericolo di rappresentare per te, ora, una parte poco gradita, non è una prova?
– Prova di che? – domandò il Furri interrompendo. – Prova della tua incoscienza, per non dire altro! E non già per quello che tu supponi di me, e che io potrei prendere per un’irrisione, se tu non fossi proprio incosciente: è la parola! Ma non hai neanche occhi per vedermi? Non parliamo di me, non parliamo di me, ora. Vuoi dire che l’essere tu venuta è una prova del tuo affetto per tua figlia?
– Aspetta, – disse Anny. – Parleremo di questo e di tutto, ma con calma, ti prego. Io mi confondo. Siedi. Ma prima apri, ti prego, quella finestra: un po’ d’aria. Così, grazie! Oh, siedi, ora: qua, accanto a me; dammi una mano, codesta con l’anellino mio. Ora è vero? ti senti vecchio tu, povero Riese! Ma non importa. Senti: codeste due rughe cattive su le ciglia te le spianerò io. Senti: rientrando in Italia dal treno guardavo la campagna e le ville sparse qua e là. Non era lo stesso paesaggio della nostra villetta del nostro nido presso Novara ch’io vedo ancora, chiudendo gli occhi, e che ho sempre sempre ricordato; ma era Italia anche lì e campagna, e quel cielo, quell’aria, e io respiravo, correndo in treno, come nel bel tempo passato, con gli occhi a una villetta lontana, finché non spariva, e poi a un’altra, che gli occhi subito cercavano per non interrompere il sogno; e intanto il cuore mi si riempiva dell’antico amore, e non imaginavo che tu dovessi accogliermi così. Mi guardi? Non piango, no! vuoi crederlo tu, che sia tutto finito, non io. Perché, Mario? Me lo dici?

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