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VEXILLA REGIS di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Socchiudendo gli occhi, richiamava l’imagine di lei, rilevata e spirante nella sua memoria, di lei a diciannove anni: in una testina da birichino, coi capelli tagliati a tondo maschilmente, due occhietti furbi brillanti e provocanti, quasi armati di spilli luminosi, e la bocca accesa, dai piccoli denti pari, aperta sempre a un riso vibrante di fremiti, dalla quale sgorgava la voce tutta trilli e scivoli; alto il corpo agile e svelto su l’esilissima vita, ma dovizioso il seno e incarnate le guance.
E ora?
Il Furri computava gli anni: doveva già averne trentacinque, e poiché aveva potuto abbandonare la figlia appena nata e vivere tant’anni senza domandarne notizia, ignorandone finanche il nome, poteva essere, nell’anima e nel corpo, se non più troppo giovane come prima, molto giovane ancora; a ogni modo, giovane.
E lui ?
Non che sperare, riteneva il Furri assolutamente inammissibile ch’ella potesse riconoscere in lui, in quel suo corpo cadente, nel volto già disfatto, il Mario d’allora, il gigante: il Riese, come lei lo chiamava pretendendo ch’egli chiamasse lei Riesin, gigantessa, meine liebe Riesin, e ne rideva, giacché quel Riesin lui lo pronunziava così dolcemente, come se le dicesse invece: fiorellino.
Molta gente attendeva con lui il treno da Firenze già in ritardo. Il Furri pensò di piantarsi presso l’uscita, per modo che tutti i viaggiatori gli passassero sotto gli occhi.
Fu dato finalmente il segnale d’arrivo. I numerosi aspettanti s’affollarono, con gli occhi al treno che entrava sbuffando strepitoso nella stazione.
– Roma! Roma!
Si schiusero i primi sportelli; la gente accorse ansiosa, cercando da una vettura all’altra. Il Furri non seppe trattenersi alla posta, spinto quasi dall’ansia degli altri. A un tratto si fermò: – Eccola! Dev’esser lei! –.
Una signora bionda, vestita di nero, sporse il capo dal finestrino, e lo ritrasse subito: un signore aprì dall’interno lo sportello. Il Furri aspettò poco discosto. La signora fece per discendere, ma sul predellino si volse verso l’interno della vettura ad abbracciare e baciare un bambino di circa due anni:
– Adieu, adieu, mon petit rien!
Era la voce di lei.
– Anny!
Si voltò, saltò agile e svelta dal predellino, guardò il Furri fermandosi e strizzando un po’ gli occhi, quasi in dubbio che la voce non fosse partita da lui. Ma egli le tese la mano.
– Oh… – fece Anny accorrendo imbarazzata, con un sorriso nervoso su le labbra. – Aspetta! Le valigie, – aggiunse subito, volgendosi verso la vettura.
Il signore che aveva aperto lo sportello gliele porgeva. Il Furri spinse subito un facchino a prenderle, e Anny ringraziò in francese il signore; poi si rivolse al Furri aprendo la borsetta da viaggio a tracolla e, traendone uno scontrino, aggiunse in tedesco:
– Subito subito, il mio piccolo povero Mopy! Povera bestia! Non vede da tre giorni la sua padroncina! E poi – (trasse altri due scontrini dalla borsetta) – i bauli!
Il Furri, quantunque stupito da tanta disinvoltura, intuì subito che questa non veniva da sfrontatezza, per come aveva malignato all’annunzio dell’arrivo, ma da vera e propria incoscienza: lo dimostrava l’eleganza dell’abito da viaggio, tutta l’accurata persona ancora fresca e florida, sebbene di forme più complesse, ma forse perciò più piacente. Ecco, ed era venuta col cagnolino, e non si dava pensiero d’altro, appena giunta.
– Subito! subito!
Prese quasi esitante quegli scontrini; avrebbe voluto gridarle: – Ma guarda prima a chi li dài! Guardami! mi vedi? Come la vista mia non ti fa cadere le braccia? –. Si mosse, e lei dietro.
– Prima Mopchen! la povera bestia! Poi i bauli… Sei venuto solo… – riprese ella. – M’aspettavo che…
Il Furri piegò il capo sul petto, alzando le spalle, come se ella lo avesse colpito di dietro.
– Come si chiama?
Non rispose: seguitò ad andare con le spalle alzate.
– Come si chiama?
– Non qui! non qui! – pregò smaniando il Furri. – Lauretta.
– Ah, Laura… Bionda?
Egli chinò il capo più volte.
– Bionda! E ora tu, tutto bianco! povero vecchio Riese. E dimmi…
Parleremo poi, ti prego! parleremo poi! – la interruppe il Furri, non reggendo più alla tortura di quelle domande.
Appena ella ebbe tra le mani il cagnolino che guagnolava e si storcignava tutto dalla gioja, cominciò a sbaciucchiarlo, a confortarlo con frasucce carezzevoli, e gli diceva che tra poco avrebbe trovato un’altra padroncina: – Laura, Mopchen, si chiama Laura… bionda, Mopchen, e tu così nero: me quest’altro tuo padrone così bianco… e brutto… e cattivo, che non vuol dirti nulla… Fa’ vedere, Mopchen, come bacerai la nuova padroncina… Un bacio! Così… bravo, Mopchen! Basta… basta… Adesso prendi… –. Aprì la borsetta da viaggio e ne trasse una zolla di zucchero per la bestiola festante.
– I bauli, – disse il Furri con voce roca, come se le parole gli facessero groppo alla gola, – i bauli sarà meglio lasciarli qui.
– Come! – esclamò sorpresa Anny.
– Sì, domani, se mai, manderemo a prenderli.
– Ma no, caro! E come faccio io? Vuoi che rimanga così? Uno almeno è necessario portarlo con noi. Vieni, ti dirò io quale dei due.
Montati finalmente in vettura, Anny cominciò a sentirsi un po’ a disagio accanto al compagno, che si teneva chiuso e quasi ristretto in sé, come se sentisse freddo. Egli non la guardava, guardava innanzi a sè, con le ciglia un po’ aggrottate, triste e assorto.

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