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VEXILLA REGIS di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

– Si parte, Lauretta! Domani andiamo via, – annunziò il Furri, uscendo dalla sua camera per la colazione.
– Si parte? e per dove? – domandò Lauretta sorpresa. – Domani, babbo, è la settimana santa!
– Che importa? Domani mercoledì, è vero? l’essere santo impedisce forse di partirei
– No, ma domani è impossibile, babbo! Se non mi do prima a preparare ciò che fa bisogno! Avresti dovuto dirmelo avanti, che quest’anno intendevi anticipare di tanto la partenza.
– Ma non si anticipa! Andremo soltanto per una breve ricognizione. Mi spiego: quest’anno non vorrei andare in montagna, o andarci tardi. E allora ho pensato: la primavera qua, ai Castelli; poi al mare, per te; e, se mai, l’ultimo mese in montagna, al solito. Ora andremmo per tre o quattro giorni: una visitina ai Castelli. Ti sceglierai il nido, e ritorneremo. Via, padroncina, dite di sì; ne ho bisogno.
– Quand’è così! – esclamò Lauretta.
– Grazie, e le mie civiltà – disse il Furri inchinandosi.
Lauretta rise del buon umore del padre. Le mie civiltà era il modo d’accomiatarsi nelle lettere d’un mercante di Torino che provvedeva Lauretta delle stoffe per gli abiti. A tavola poi concertarono l’itinerario della gita.
Il Furri non disse alla figlia, che il giovedì avrebbe dovuto lasciarla sola con la governante. “E allora perché partire domani?” avrebbe potuto domandargli Lauretta, che ora si mostrava tutta lieta di quella partenza improvvisa, e già proponeva, giusto per giovedì, un’ascensione a Monte Cavo E mentre il Furri ascoltava il caro chiacchierio, pensava: “Perché si parte? Se io te lo dicessi, figlia mia bella, figlia mia che ridi”.
Anny sarebbe appunto arrivata giovedì. Bisognava ch’egli si trovasse ad accoglierla alla stazione. L’interno sconvolgimento gli dava intanto un’insolita vivacità di gesti e di parole. Lauretta non ricordava d’aver mai veduto il padre così. E il Furri, nel compiacersi del buon effetto della sua dissimulazione, pigliava animo per la tremenda prova che lo attendeva, pur con la coscienza che quello sforzo avrebbe amaramente scontato, se pure non gli sarebbe riuscito addirittura fatale. E anche di questo faceva segretamente carico a colei, e non tanto per sè, quanto per la figliuola. Pensando alla quale, un dubbio angoscioso gli teneva tuttavia l’animo sospeso. Come sarebbe rimasta Lauretta, quando, tra poco, e forse anche per questo colpo improvviso, egli non sarebbe più? Non era forse provvidenziale e quasi un annunzio della sua prossima fine, la venuta di colei? In premio della tua vita intemerata, in compenso del tuo lungo soffrire e dei tuoi sacrificii, non morrai angosciato dal pensiero di lasciare sola tua figlia e senz’ajuto: eccoti la madre, che viene a prendere accanto a lei il tuo posto”. Mario Furri era credente, e inoltre, per la sua fissazione, tenuto e legato da superstizioni. Se non che, quale madre veniva a prendere il suo posto? Per Lauretta la sua mamma era morta. Chi sarebbe stata ora costei? Un’estranea, un’intrusa che, comunque, non avrebbe mai potuto incarnare l’imagine che la figliuola, fantasticando in un passato senza ricordi, s’era creata della propria madre morta nel darle la vita. Quale comunione d’affetti, da un altro canto, avrebbe potuto stabilirsi tra colei e la figlia se egli le avesse detto tutto? Era meglio aspettare, prima di prendere una decisione; vederla, parlarle. Soltanto – ah questo sì! – condurre lontano la figlia, sottrarla a ogni probabile pericolo.
Partirono la mattina dopo.
Non fu possibile a Lauretta impedire che la signorina Lander si mettesse un cappellaccio di paglia, che pareva un canestro rovesciato su la mèsse dei capelli. La vecchia governante portava con sé il cofanetto, ove erano custoditi i ritratti del signor Wahlen e famiglia; e s’ostinava intanto a sorprendere di tratto in tratto evidentissime somiglianze tra quel lembo laziale e le contrade del Reno presso Bonn. Lauretta ebbe l’ingenuità di mettersi a discutere con lei, ravvicinando piuttosto Monte Cavo coi boschi e i laghi a un pezzo di Svizzera, lì – che delizia! – a due passi da Roma, con di più il mare, che di lassù si scorge benissimo, specie nelle notti di luna. Ma no; Monte Cavo con la vetta incoronata d’aceri e faggi, per la signorina Lander era, naturalmente, tal quale il Drachenfels; tanto vero che, ove lì, su la vetta, ci sono le rovine d’un antico castello, qui c’è un convento tal quale! E se n’appellava al sighnor avvocato Il Furri non badava a quei discorsi; guardava fuori, dal finestrino. Ricordava, e gli pareva di sognare: ora, come allora, in treno: da Novara andava a Torino, gli era nata una bambina; andava in fretta per una balia; la bambina era là, dietro quei monti, in una campagna presso Novara, con la madre…
– Babbo, scommessa fatta! – gridò a un tratto Lauretta. – Rinunzio al mare, rinunzio alle Alpi: quest’estate, a Bonn sul Reno!
– Che scommessa? – domandò il Furri, turbato.
– Tra me e Fräulein Lander.
– No, io… – balbettò la signorina Alvina, per scusarsi.
– Ecco, si scende! – interruppe entrambe il Furri. – Vedremo poi, vedremo.
Si sforzò di parer lieto tutto quel giorno a Castel Gandolfo, ad Albano: la sera, rientrando all’albergo per la cena, annunziò alla figlia che la mattina seguente, per tempo, avrebbe dovuto trovarsi a Roma per un affare che s’era dimenticato di sbrigare.
– E Monte Cavo? – domandò Lauretta contrariata.
Ma infine si rimise. Dalla finestra dell’albergo, la mattina dopo, gridò al padre che partiva:
– Aspetto di scrivere, che tu sia ritornato!
E il padre, già in vettura per la stazione, assentì sorridendo. Una veste nuova di mezza stagione e un cappellino di paglia: ecco a che pensava in quel momento la figlietta sua.
– La riconoscerò? – domandava a se stesso il Furri passeggiando su la banchina della stazione, in attesa del treno da Firenze.

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