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PENSACI GIACOMINO di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

– Male, eh? ti senti proprio male?
Maddalenina seguita a non volergli dir nulla: piange; lo prega di accostar gli scuri del balcone e di portarsi Ninì di là: vuole star sola e al bujo.
– Il capo, eh?
Poverina, le fa tanto male il capo… Eh, la lite dev’essere stata grossa davvero!
Il professor Toti si reca in cucina e cerca d’abbordar la servetta, per avere qualche notizia da lei; ma fa larghi giri, perché sa che la servetta gli è nemica; sparla di lui, fuori, come tutti gli altri, e lo mette in berlina, brutta scema! Non riesce a saper nulla neanche da lei.
E allora il professor Toti prende una risoluzione eroica: reca Ninì dalla mamma e la prega che glielo vesta per benino.
– Perché? – domanda ella.
– Lo porto a spassino, – risponde lui. – Oggi è festa… Qua s’annoja, povero bimbo!
La mamma non vorrebbe. Sa che la trista gente ride vedendo il vecchio professore col piccino per mano; sa che qualche malvagio insolente è arrivato finanche a dirgli: – Ma quanto gli somiglia, professore, il suo figliuolo!
Il professor Toti però insiste.
– No, a spassino, a spassino…
E si reca col bimbo in casa di Giacomino Delisi. Questi abita insieme con una sorella nubile, che gli ha fatto da madre. Ignorando la ragione del beneficio, la signorina Agata era prima molto grata al professor Toti; ora invece – religiosissima com’è – lo tiene in conto d’un diavolo, né più ne meno, perché ha indotto il suo Giacomino in peccato mortale.
Il professor Toti deve aspettare un bel po’, col piccino, dietro la porta, dopo aver sonato. La signorina Agata è venuta a guardar dalla spia ed è scappata. Senza dubbio, è andata ad avvertire il fratello della visita, e ora tornerà a dire che Giacomino non è in casa.
Eccola. Vestita di nero, cerea, con le occhiaje livide, stecchita, arcigna, appena aperta la porta, investe, tutta vibrante, il professore.
– Ma come… scusi… viene a cercarlo pure in casa adesso?… E che vedo! anche col bambino? ha condotto anche il bambino?
Il professor Toti non s’aspetta una simile accoglienza; resta intronato; guarda la signorina Agata, guarda il piccino, sorride, balbetta:
– Per… perché?… che è?… non posso… non… posso venire a…
– Non c’è! – s’affretta a rispondere quella, asciutta e dura. – Giacomino non c’è.
– Va bene, – dice, chinando il capo, il professor Toti. – Ma lei, signorina… mi scusi… Lei mi tratta in un modo che… non so! Io non credo d’aver fatto né a suo fratello, né a lei…
– Ecco, professore, – lo interrompe, un po’ rabbonita, la signorina Agata. – Noi, creda pure, le siamo… le siamo riconoscentissimi; ma anche lei dovrebbe comprendere…
Il professor Toti socchiude gli occhi, torna a sorridere, alza una mano e poi si tocca parecchie volte con la punta delle dita il petto, per significarle che, quanto a comprendere, lasci fare a lui.
– Sono vecchio, signorina, – dice, – e comprendo… tante cose comprendo io! e guardi, prima di tutte, questa: che certe furie bisogna lasciarle svaporare, e che, quando nascono malintesi, la miglior cosa è chiarire… chiarire, signorina, chiarire francamente, senza sotterfugi, senza riscaldarsi… Non le pare?
– Certo, sì… – riconosce, almeno così in astratto, la signorina Agata.
– E dunque, – riprende il professor Toti, – mi lasci entrare e mi chiami Giacomino.
– Ma se non c’è!
– Vede? No, Non mi deve dire che non c’è. Giacomino è in casa, e lei me lo deve chiamare. Chiariremo tutto con calma… glielo dica: con calma! Io sono vecchio e comprendo tutto, perché sono stato anche giovane, signorina. Con calma, glielo dica. Mi lasci entrare.
Introdotto nel modesto salotto, il professor Toti siede con Ninì tra le gambe, rassegnato ad aspettare anche qua un bel pezzo, che la sorella persuada Giacomino.
– No, qua Ninì… buono! – dice di tratto in tratto al bimbo, che vorrebbe andare a una mensoletta, dove luccicano certi gingilli di porcellana; e intanto si scapa a pensare che diamine può essere accaduto di così grave in casa sua, senza ch’egli se ne sia accorto per nulla. Maddalenina è così buona! Che male può ella aver fatto, da provocare un così aspro e forte risentimento, qua, anche nella sorella di Giacomino?
Il professor Toti, che ha creduto finora a una bizza passeggera, comincia a impensierirsi e a costernarsi sul serio.
Oh, ecco Giacomino finalmente! Dio, che viso alterato! che aria rabbuffata! Eh come? Ah, questo no! Scansa freddamente il bambino che gli è corso incontro gridando con le manine tese:
– «Giamì! Giamì!».
– Giacomino! – esclama, ferito, con severità, il professor Toti.
– Che ha da dirmi, professore? – s’affretta a domandargli quello, schivando di guardarlo negli occhi.
– Io sto male… Ero a letto… Non sono in grado di parlare e neanche di sostener la vista d’alcuno…
– Ma il bambino?!
– Ecco, – dice Giacomino; e si china a baciare Ninì.
– Ti senti male? – riprende il professor Toti, un po’ racconsolato da quel bacio. – Lo supponevo. E son venuto per questo. Il capo, eh? Siedi, siedi… Discorriamo. Qua, Ninì… Senti che «Giamì» ha la bua? Sì, caro, la bua… qua, povero «Giami»… Sta’ bonino; ora andiamo via. Volevo domandarti – soggiunge, rivolgendosi a Giacomino, – se il direttore della Banca Agricola ti ha detto qualche cosa.

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