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LUMIE DI SICILIA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

— Teresina sta qui?
Il cameriere, ancora in maniche di camicia, ma già impiccato in un altissimo solino, squadrò da capo a piedi il giovanotto che gli stava davanti sul pianerottolo della scala: campagnolo all’aspetto, col bavero del pastrano ruvido rialzato fin su gli orecchi e le mani paonazze, gronchie dal freddo, che reggevano un sacchetto sudicio di qua, una vecchia valigetta di là, a contrappeso.
— Teresina? E chi è? — domandò a sua volta, inarcando le folte ciglia giunte, che parevano due baffi rasi dal labbro e appiccicati lì per non perderli.
Il giovanotto scosse prima la testa per far saltare dalla punta del naso una gocciolina di freddo, poi rispose:
— Teresina, la cantante.
— Ah, — esclamò il cameriere, con un sorriso d’ironico stupore: — Si chiama così, senz’altro, Teresina? E voi chi siete?
— C’è o non c’è? — domandò il giovanotto, corrugando le ciglia e sorsando col naso. — Ditele che c’è Micuccio e lasciatemi entrare.
— Ma non c’è nessuno a quest’ora, — rispose il cameriere, col sorriso rassegato su le labbra. — La signora Sina Marnis è ancora a teatro e…
— Anche zia Marta? — lo interruppe Micuccio.
— Ah, lei è il nipote?
E il cameriere si fece subito cerimonioso.
— Favorisca allora, favorisca. Non c’è nessuno. Anche lei a teatro, la Zia. Prima del tocco non ritorneranno. È la serata d’onore di sua… come sarebbe di lei, la signora? cugina, allora?
Micuccio restò un istante impacciato.
— Non sono… no, non sono cugino, veramente. Sono… sono Micuccio Bonavino; lei lo sa. Vengo apposta dal paese.
A questa risposta il cameriere stimò innanzi tutto conveniente ritirare il lei e riprendere il voi; introdusse Micuccio in una camerette al buio presso la cucina, dove qualcuno ronfava strepitosamente, e gli disse:
— Sedete qua. Adesso porto un lume.
Micuccio guardò prima dalla parte donde veniva quel ronfo, ma non poté discernere nulla; guardò poi in cucina, dove il cuoco, assistito da un guattero, apparecchiava da cena. L’odor misto delle vivande in preparazione lo vinse: n’ebbe quasi un’ebbrietà vertiginosa: era poco men che digiuno dalla mattina; veniva dalla provincia di Messina; una notte e un giorno intero in ferrovia.
Il cameriere recò il lume, e quello che ronfava nella stanza, dietro una cortina sospesa a una funicella da una parete al l’altra, borbottò tra il sonno:
— Chi è?
— Ehi, Dorina, su! — chiamò il cameriere. — Vedi che c’è qui il signor Bonvicino.
— Bonavino, — corresse Micuccio, che stava a soffiarsi su le dita.
— Bonavino, Bonavino, conoscente della signora. Tu dormi della grossa: suonano alla porta e non senti. Io ho da apparecchiare, non posso far tutto io, capisci?, badare al cuoco che non sa, alla gente che viene.
Un ampio sonoro sbadiglio, protratto nello stiramento delle membra e terminato in un nitrito per un brividore improvviso, accolse la protesta del cameriere, il quale s’allontanò esclamando:
— E va bene!
Micuccio sorrise, e lo seguì con gli occhi, attraverso un’altra stanza in penombra, fino alla vasta sala in fondo, illuminata, dove sorgeva splendida la mensa, e restò meravigliato a contemplare, finché di nuovo il ronfo non lo fece voltare a guardar la cortina.
Il cameriere, col tovagliolo sotto il braccio, passava e ripassava, borbottando or contro Dorina che seguitava a dormire, or contro il cuoco che doveva esser nuovo, chiamato per l’avvenimento di quella sera, e lo infastidiva chiedendo di continuo spiegazioni. Micuccio, per non infastidirlo anche lui, stimò prudente ricacciarsi dentro tutte le domande che gli veniva di rivolgergli. Avrebbe poi dovuto dirgli o fargli intendere ch’era il fidanzato di Teresina, e non voleva, pur non sapendone il perché lui stesso; se non forse per questo che quel cameriere allora avrebbe dovuto trattar lui, Micuccio, da padrone, ed egli, vedendolo così disinvolto ed elegante, quantunque ancor senza marsina, non riusciva a vincere l’impaccio che già ne provava solo a pensarci. A un certo punto però, vedendolo ripassare, non seppe tenersi dal domandargli:
— Scusi… questa casa di chi è?
— Nostra, finché ci siamo, — gli rispose in fretta il cameriere.
E Micuccio rimase a tentennare il capo.
Perbacco, era vero dunque! La fortuna acciuffata. Affaroni. Quel cameriere che pareva un gran signore, il cuoco e il guattero, quella Dorina che ronfava di là: servi tutti agli ordini di Teresina. Chi l’avrebbe mai detto?
Rivedeva col pensiero la soffitta squallida, laggiù laggiù, a Messina, dove Teresina abitava con la madre. Cinque anni addietro, in quella soffitta lontana, se non fosse stato per lui, mamma e figlia sarebbero morte di fame. E l’aveva scoperto lui, lui, quel tesoro nella gola di Teresina! Ella cantava sempre, allora, come una passera dei tetti, ignara del suo tesoro: cantava per dispetto, cantava per non pensare alla miseria a cui egli cercava di sovvenire alla meglio, non ostante la guerra che gli movevano in casa i genitori, la madre specialmente. Ma poteva abbandonai Teresina in quello stato, dopo la morte del padre? Abbandonarla perché non aveva nulla, mentre lui, bene o male, un posticino ce l’aveva, di sonator di flauto nel concerto comunale? Bella ragione! E il cuore?
Ah, era stata una vera ispirazione del cielo, un suggerimento della fortuna, quel far caso alla voce di lei, quando nessuno ci badava, in quella bellissima giornata d’aprile, presso la finestra dell’abbaino che incorniciava vivo vivo l’azzurro del cielo. Teresina canticchiava un’appassionata arietta siciliana, di cui Micuccio ricordava ancora le tenere parole. Era triste Teresina, quel giorno, per la recente morte del padre e per l’ostinata opposizione dei parenti di lui; e anch’egli – ricordava era triste, tanto che gli erano spuntate le lagrime, sentendola cantare.

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