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LA VEGLIA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

III

Il Gelli si pose a sedere su la stessa sedia, donde quella s’era levata, lí presso al tavolino su cui ardeva la candela.
Poco dopo, sobbalzò. L’uscio, che dava sul corridoio, si schiudeva come da sé, pian piano, nel silenzio.
Marco Mauri sporse il capo, con un dito su la bocca per far segno di tacere; e si introdusse, dicendo sottovoce:
– M’ero nascosto qua, al bujo, nel corridojo… Sss… Ora che siamo noi due soli, zitto zitto, senza fiatare, me ne starò qui. Lei me lo può permettere: nessuno ci vede. Qua noi due soli, zitti zitti, eh?
Il Gelli lo guardò sorpreso, accigliato; poi, senza volerlo, sorrise nervosamente a un gesto supplice che quegli con ambo le mani gli rivolgeva; scrollò le spalle e gl’indicò il canapè lí presso. Il Mauri vi si pose a sedere, tutto contento.
Stettero entrambi un lungo tratto in silenzio.
Poi il Mauri disse:
– Se Lei volesse stendersi qua, a riposare un poco… No, è vero? E neanche io. La bestia vorrebbe dormire: la coscienza non glielo permette. Molti anni fa, quando mi morí un figliuolo, dopo nove notti di veglia assidua, non sentii pena, sul momento: avevo troppo sonno, e dovetti prima dormire; poi, quando mi destai, il dolore mi assalí. Ma allora la coscienza non mi rimordeva. Ora, quattro notti, sa, che non chiudo occhio; e non ho sonno!
Tacque un pezzo, assorto; poi domandò, fissando la fiamma della candela:
– Come lo chiamavano gli antichi quel fiume? Ah, sí! Lete… il Lete… già! Il fiume dell’oblío… Scorre nelle taverne, ora, questo fiume. E io non bevo! Da quattro giorni, sa? niente: neanche un boccone di pane. Acqua, là nella conca della fontana, giú in piazza, come le bestie. Acquaccia amara, renosiccia! puh! ma non mi va niente… Un po’ d’acido prussico m’andrebbe… Mi sento gli occhi sa come? questi due archi qua delle ciglia, come i due archi di certi ponticelli che accavalciano la rena e i ciottoli d’un greto asciutto, arido, pieno di grilli… Ci ho due grilli maledetti, qua negli orecchi: stridono, stridono, e mi fanno impazzire… Parlo bene, eh? Mi par d’essere in campagna, quando m’esercitavo nell’oratoria, sperando d’esser promosso Pubblico Ministero, e imbussolavo i temi e poi mi mettevo a improvvisare ad alta voce, fra gli alberi: Signori della Corte, Signori Giurati… Parlo, parlo, mi scusi perché non posso farne a meno… Ho una smania, qua, nello stomaco… Mi metterei a gridare!
Si stese, cosí dicendo, bocconi, sul canapè, col mento su bracciuolo e gli occhi sbarrati.
Il Gelli lo guatò e, preso da un senso di paura, si alzò si diresse verso l’uscio della camera da letto; guardò dentro; poi si trattenne là, sulla soglia. Il Mauri si rimise a sedere e domandò ansiosamente:
– Riposa?
Il Gelli accennò di sí col capo.
– E… dica, non c’è piú speranza proprio?… Nessuna?… Se riposa!… Me la vuol far vedere da costà dov’è lei… un momentino… Sí?
Balzò in piedi: gli s’accostò, rattenendo il fiato, si rizzò su la punta dei piedi e guardò nella camera.
La sbiobbina, che sedeva accanto al letto, vide cosí le teste di quei due uomini, l’una presso l’altra, che guardavano la moribonda. Lo stupore di lei si ripercosse sul Gelli che respinse allora indietro, con un braccio, il Mauri.
– A sedere… Andate a sedere.
– Sissignore… Grazie… – disse questi, obbedendo. – Eh, muore… muore… muore…
Gli occhi gli si arrossarono, e copiose lagrime ripresero a colargli per le guance, mentre si sforzava di soffocare i singhiozzi che gli scotevano il petto. Quand’ebbe pianto, cosí, un pezzo, aprí le braccia, si strinse nelle spalle e fece per parlare; ma, sentendo che la voce gli usciva ancora grossa di pianto, s’addentò una mano; strizzò gli occhi; ricacciò indietro violentemente le lagrime.
– Ce ne staremo qua, – poi disse, – tutti e due insieme, buoni buoni, a vegliarla fino all’ultimo… Come due coccodrilli… Poi la accompagneremo fino alla fossa, e quindi ciascuno riprenderà la sua via… Lei, la riprenderà: lei ha una casa, una gioja… la figliuola ignara. I-gna-ra – beata lei! I miei figli, invece, sanno tutto. Ha svelato loro tutto la madre, per istintiva crudeltà. Che bisogno ne aveva? non mi ama, non mi ha mai amato; non sa proprio che farsi di me. Se li è cresciuti lei, là in campagna a modo suo; e non hanno mai avuto per me né rispetto né considerazione. Mi chiamano Pretore; anzi Preto’, come la loro madre, si figuri! «E in casa il Preto’? No, è alla Pretura il Preto’…» Ah, Lei non sa, signore, che cosa voglia dire capitare a venticinque anni in un paesettaccio, e marcirvi per quattro, cinque, dieci eterni anni… pretore! Se Le dicessi che io sposai per avere in casa un pianoforte? Perché musica io ho studiato; non ho mai studiato legge… E ho sposato una donna più vecchia di me, che aveva case e campagne… e che… Ma se si diventa bruti! Dopo quattro o cinque anni, assediati dalle miserie, dalle bassezze umane, non ci resta piú addosso neppur una di quelle finzioni con cui la società ci mascherava e scopriamo allora che l’uomo è porco, per diritto di natura. Scusi, sa! noi, questo diritto, ce lo siamo negato, perché la società ci ha mandato a scuola, da piccini, e ci ha insegnato l’educazione, per farci soffrire e non farci ingrassare; ma che c’entra? L’uomo bisogna vederlo là, nel suo ambiente naturale, come l’ho veduto io, tant’anni. Che uomini siamo noi? Lei mi compatisce e io la rispetto… Che bella cosa!
Rise e si stirò a lungo, prima da una parte, poi dall’altra, le due bande della barba; ma infine se le strinse tutt’e due nel pugno e rimase a pensare, con gli occhi vividi, ilari, parlanti.

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