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LA VEGLIA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Non capiva. Attese ancora un po’, quindi, seccato, scrollò le spalle e andò via.
Silvio Gelli sedette accanto al letto. La moribonda allora volse il capo verso di lui; ma i capelli, nel volgersi, la impacciarono. Egli con una mano glieli ravviò e, intenerendosi a quel suo atto, sospirò:
– Povera Fulvia!
Sí, i capelli erano ancora quelli d’un tempo, ma quanto, quanto piú misero e sparuto le rendevano ora il volto cangiato, e che ruga, ora, su quella fronte un giorno cosí altera! Tredici anni! Che abisso!
Ella si provò a sporgere una mano dalle coperte, e ripeté piú con gli occhi che con le labbra:
– Grazie.
Egli prese quella mano e la tenne stretta fra le sue.
Ma non il contatto delle mani l’uno e l’altra avvertirono in quel punto: gli occhi dovevano prima intendersi tra loro e non potevano ancora, poiché non solo lo sguardo, ma tutta l’aria di lui aveva per Fulvia un’espressione nuova, incomprensibile. Cercò egli con gli occhi di rassicurare, di sorreggere quasi, lo sguardo di lei che gli sfuggiva, come in un dubbioso attonimento, e aggiunse con la voce:
– Sí, Fulvia… per tutto quello che tu soffristi con me… e che hai sofferto dopo, per causa mia, fino a questo punto… Questo tuo atto disperato ne è una prova… Sí, io…
S’interruppe; volse il capo verso l’uscio, che il Balla, andandosene, aveva lasciato aperto. Di là, c’era forse qualcuno che poteva sentire; c’era stato quel matto che, nel furore della passione, osava dire in faccia a tutti la verità, e che aveva creduto di interpretare il sentimento, ond’egli era stato spinto ad accorrere al letto della moglie moribonda. Ora egli ripeteva, quasi, le parole di lui. Ma no, no, non era vero: non dal rimorso soltanto era stato spinto a venire; ma da qualch’altra cosa insieme, anzi da qualche altra cosa principalmente: da un bisogno strano. Doveva dirlo…
– Aspetta.
Le lasciò la mano e si recò a richiudere l’uscio.
– Anch’io però, sai, Fulvia? ho sofferto tanto anch’io: non saprei piú dir come… come non mi sarei mai aspettato. Subito, fin dal primo giorno. Compresi tutto; e, nello stesso tempo, non compresi piú nulla… Proprio cosí. La bestialità mia, cinica, senza ragione e senza scopo, o meglio, con questo solo scopo: di dimostrarti che io potevo tutto e tu niente… Facevo… Che facevo? Non mi sono mai divertito! Ma era come una sfida… A urtoni, ma… coi guanti, è vero? ti sospinsi fin quasi all’orlo del precipizio, e ti lasciai lí, esposta, senza riparo, senza difesa, aspettando che la vertigine ti cogliesse. E tu, disperata, col tuo orgoglio, accettasti infine la sfida, ti lasciasti cogliere dalla vertigine, e giú, nel precipizio! Che vuoto! Con la piccina sola, abbandonata… io, inetto… io, indegno… Ho cercato di colmarlo, comunque, da allora, questo vuoto dentro e intorno a me, con le cure per la bambina… coi miei studii… invano! Dentro di me piú profondo… intorno a me, piú vasto, e nero! Ho cercato finanche di soffrire, apposta, per affermare in qualche modo me stesso in questo vuoto… Ma no; niente: non soffro non soffro per te, non soffro per me; soffro per la vita che è cosí: tu qua ti uccidi… un altro là impazzisce… chi crede di ragionare e non conclude nulla… Vengo qua; dico: Muore; vuole andarsene in pace; va’, va’, accorri… E il mio sentimento s’infrange contro una realtà che non potevo immaginare. Sí: io non debbo perdonare, debbo essere perdonato. Mi perdoni?
Si tolse le mani dalle tempie: aveva come parlato a stesso; si volse verso il letto: ella si era di nuovo assopita con le ciglia un po’ sollevate, come inorridita di quel che aveva inteso, e pareva che ne singultasse ancora dentro, così muta, rigida, col capo volto verso di lui.
Stette a contemplarla un pezzo, quasi impaurito. Gli parve che lo stiramento delle guance si fosse un po’ allentato. E per un momento, rivide precisa in quel volto l’immagine ch’egli per tanti anni aveva serbato di lei. Era bella, era bella ancora! Chi sa fin dove era caduta?… Ma la nobiltà dei lineamenti era rimasta intatta; come se il fango non l’avesse toccata. O forse ora la morte…
Si alzò pian piano, per non destarla, e in punta di piedi si recò nella stanza attigua, dove la sbiobbina era rimasta sola ad aspettare.
– Dorme, – le annunziò sottovoce, mirandola, costernato del mistero che pareva racchiudesse in sé, nel silenzio di quella notte orribile, quella creatura che viveva quasi per una atroce beffa della natura.
Ella gli sorrise di nuovo, di quel suo sorriso incosciente e disse:
– Vado io.

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