Footer menù

LA VEGLIA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Si rialzò soddisfatto, parendogli d’avere almeno rimediato in qualche modo al ridicolo della sua posizione.
La moribonda aveva richiuso gli occhi, e le due lagrime ora, le scorrevano lente. Agitò le labbra.
– Che dici? – domandò egli, tornando a chinarsi, pronto, su lei.
Tutti si protesero verso il letto.
– Grazie, – alitò ella.
– No, no, – rispose egli. – Ora, io… Che dici?
Le pàlpebre chiuse della moribonda si erano gonfiate e nuove lagrime e, quasi punte da lievi tremiti, si agitavan insieme con le labbra. Egli comprese che una parola, un nome, tremava in quelle lagrime nascoste e su quelle labbra, senza trovar la voce, nell’angoscia; si rabbujò in volto profondamente commosso:
– Livia?… Sí… Basta, ora… Non agitarti cosí… Parleremo poi.
– La figlia, – spiegò piano il Righi al dottor Balla
Questi chinò piú volte il capo, seccato; poi, vedendosi guardato dal Gelli, domandò perplesso:
– Vogliamo?… Prego, signori, ci lascino soli.
Il Righi, la cognata e la nipote uscirono, trepidi, con gli occhi lagrimosi.
Il dottor Balla chiuse l’uscio della camera, poi s’accostò al letto, per scoprire la giacente. Ma questa, come impaurita, fissando il marito, trattenne con una mano la coperta, e disse:
– Tu?
– Come? – domandò il Balla, sorpreso, e si volse a guardare il Gelli.
Gli vide il volto contratto, come per un fitto spasimo improvviso, o per vivo ribrezzo.
– Non vuoi? – le domandò il Gelli, chinandosi un’altra volta su lei. – Non debbo? È vero, sí… io non sono venuto qua come medico… e forse…
Si alzò, guardò il medico e aggiunse:
– Mi assumerei una tremenda responsabilità…
– Sono già tre giorni e una notte, – disse il Balla, interpretando a suo modo la perplessità del marito. – Ed è evidente che il processo di infiammazione è molto inoltrato… Tentare ora, dice lei? Eh già, una tremenda responsabilità… Ma d’altra parte…
– Sí, d’altra parte, bisognerà pure tentare, – soggiunse il Gelli.
– Dunque, pazienza, eh? signora… – disse allora il Balla, tirando pian piano la coperta.
Ella richiuse gli occhi e aggrottò dolorosamente le ciglia.
Il Balla si mise a sfasciare la ferita.
Nel silenzio, gli oggetti della camera, le tende, la candela che ardeva sul cassettone, riflessa nello specchio, parve al Gelli che assumessero, nella immobilità loro, sentimento di vita e fossero come sospesi in una attesa angosciosa. Impressionato dalla lucidezza di questa sua percezione, in quel momento, si distrasse: guardò in giro la camera, come per far la conoscenza di quegli oggetti che cosí, in un paese lontano, a lui ignoto, erano testimoni di quel triste imprevedibile avvenimento della sua vita. Quando il Balla lo richiamò a sé, dicendo: – Ecco… – egli chinò subito gli occhi su la ferita scoperta, calmo, e non vide altro, non pensò piú ad altro, come se fosse venuto lí per un consulto. Esaminò a lungo, attentamente, la ferita. Forse, tentata a tempo la laparatomia, ci sarebbe stata qualche speranza di salvezza. Ma ormai, dopo quattro giorni…
Silvio Gelli si sollevò; guardò il Balla acutamente. Questi si strinse nelle spalle e, tanto per dire qualcosa, indicando certi segni esteriori attorno alla ferita, diede alcune spiegazioni affatto inutili.
Il Gelli si chinò di nuovo a osservare; poi guardò la moglie, senza badare all’altro che domandava:
– Rifasciamo?
Rifasciata e ricoperta, Fulvia schiuse gli occhi, guardò il marito e domandò con un filo di voce:
– Muojo?
– No, – rispose egli, posandole una mano su la fronte. – Sta’ tranquilla, sta’ tranquilla. A domani, dottore. Farò io. Prepari tutto.
Il Balla lo guardò perplesso, se intendere come una pietosa bugia quel proponimento e quell’ordinazione.
– Gli strumenti dell’ospedale? – domandò.
– Sí, – rispose il Gelli. – Tutto.
– E… e farò venire anche, – aggiunse il Balla, cercando gli occhi di lui per fargli un cenno d’intelligenza, – anche la nostra infermiera, che è il braccio destro del collega Nardoni, eh?
– Nardoni? No, non c’è bisogno di lui.
– No, scusi… dico l’infermiera, Aurelia. Sta da circa tredici anni, lí, nel nostro ospedaletto.
– Ah! bene! – sospirò il Gelli, astratto. – Tredici anni? Proprio tredici anni… è vero, Fulvia? Tredici anni…
– Di che? – fece il Balla.

Comments are closed.

Powered by WordPress. Designed by WooThemes

contatore accessi web