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LA VEGLIA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

– Ecco il dottor Balla!
– Lei vada via! subito! via! – inveí allora il Gelli, afferrando per il bavero della giacca il Mauri e scrollandolo e spingendolo verso l’uscio sul corridojo.
– Sissignore! sissignore! – disse il Mauri, senza opporre nessuna resistenza, rinculando. – Mi lasci dire soltanto due parole al dottore! Ecco, dottore; la salvi lei, pe carità! Non la faccia salvare a lui, altrimenti per me è perduta… Me ne vado, me ne vado da me… si calmi!.. Mi raccomando, dot…
Il Gelli gli diede un ultimo spintone e richiuse l’uscio
– Ha fatto bene, benone, benissimo – esclamò il Righi sollevato.
– Ma la porta, giú, scusate, perché ha da rimanere aperta? – domandò la Nàccheri, stizzita, al cognato. – Che modo è codesto? Va’, Margherita, va’; di’ che chiudano subito!
La sbiobbina andò, e tutti, vedendola passare in mezzo a loro, osservarono il modo con cui ella moveva le gambe sbieche; come se non avessero altro da fare in quel momento.
Il dottor Balla sbuffò; poi, guardando con dispetto tutti quei visi stravolti intorno a sé, annunziò:
– Sono stato a Montepulciano.
– Ah, bene! Dunque? – domandò il Righi.
– Dunque… che dunque? Niente! Una scarrozzata inutile. Ho visto il collega Cardelli… gli ho riferito… Ma egli stima… sí, inutile. ormai la sua venuta.
– Abbiamo qui con noi, – disse il Righi, – il marito della signora… il dottor Gelli… un luminare.
– Ah, – esclamò il Balla. – Felicissimo!
Gli s’appressò e, con la facondia collerica di un uomo esasperato della propria sorte, il quale, convinto delle persecuzioni continue di essa, abbia precisato nel suo cervello le ingiustizie patite e le ripeta sempre con le stesse parole, con la stessa espressione, quasi compiacendosi di aver saputo cosí bene precisarle ed esprimerle, gli espose le sciagurate condizioni in cui si trovava in quel piccolo paese di Toscana, a esercitare la professione di medico. C’era, è vero, un ospedaletto fornito anche… sí, discretamente; ma erano due medici soli: l’uno, il Nardoni, dedicato piú specialmente alla chirurgia; lui, alla fisica. Ora il collega Nardoni era infermo da parecchi giorni.
– Infermo, già, infermo… – ripeté, come se il Nardoni glielo facesse apposta, per creargli imbarazzi. Quindi concluse improvvisamente: – Scusi, ha visitato la signora?
Il Gelli negò col capo.
– No? come no? Ah… già!
E il Balla guardò con stizza il Righi, compunto, e le due donne ancor piú compunte.
– Che dobbiamo fare, insomma? – domandò alla fine. – È già quasi il tocco, scusino.
Il Gelli entrò per primo nella camera da letto; gli altri lo seguirono.
II

La moribonda aveva aperto gli occhi, il cui colore azzurro smoriva con infinita tristezza tra il livido delle occhiaje incavate. Alla vista del marito, fece quasi per rannicchiarsi, sgomenta, nel fondo del letto. Dagli occhi le sgorgarono due lagrime che, non potendo scorrerle per guance, le invetrarono lo sguardo smarrito.
Con un sorriso nervoso, involontario, che esprimeva sforzo atroce che faceva su sé stesso per dominare il fermento degli opposti sentimenti: odio, nausea, pietà, ira, dispetto, Silvio Gelli si chinò su lei:
– Fulvia, eh… vedi? eccomi qua… Tu m’hai fatto chiamare, è vero? Son venuto.
– Opera di vera misericordia! – sospirò di nuovo, da l’altra sponda del letto, don Camillo Righi, per ajutarla.
Ma il Gelli non gliene fu grato:
– No! Nient’affatto! – negò anzi, con ira. – Son venuto, debbo dirlo, per riconoscere il danno… il danno degli antichi miei torti, debbo dirlo. Non mi aspettavo, vero… di… di sentirmelo dire da altri, ecco!
E sorrise di nuovo, nervosamente, guardando in giro il dottor Balla, le due donne, il prete, che annuirono, imbarazzati.
– Ma sono venuto proprio per questo, – raffermò, chinandosi di nuovo sul letto. – Sí, Fulvia; e non mi pento d’esser venuto.

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