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LA VEGLIA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

– Ma io, – si scusò il Righi, tirato di nuovo in balla – io ho obbedito al mio sacro ministero, e basta.
– Buffonate! – tornò a sghignare il Mauri. – Volete sul serio rappresentare la commedia del perdono, adesso? Bene: vada là, dunque, lei; vada ad accordarle il perdono e se ne torni dond’è venuto, là, là, a Como, nell’amena sua villa di Cavallasca, con l’amor proprio contento, con la bella soddisfazione della propria generosità! Ma vi par questo il luogo e l’ora di rappresentar commedie? Glielo dica lei francamente, a codesto prete, che cosa l’ha spinto a venire qua. Il rimorso, prete, il rimorso! Perché lui, lui, ridusse quella disgraziata alla disperazione, tant’anni fa! È vero Lo dica. Finiamola. Là c’è una donna che muore assassinata. Finiamola! Ora lei s’è fatto un uomo virtuoso, uno scienziato illustre… Sfido! S’è tenuta con sé la figliuola!
– Vi proibisco… – gridò il Gelli, fremendo in tutto i corpo e contenendosi a stento.
– E che dico io? – riprese umile il Mauri. – Dico che quell’anima innocente ha avuto il potere di farla rinsavire non è vero? Ma pensi intanto, che neppure quella donna sarebbe là, se lei non si fosse tenuta la figliuola.
– Voi avete abbandonato i vostri figli, e avete il coraggio di parlare cosí, di fronte a me?
– Sissignore! E io m’accuso, io! Io sono qua con lo strazio d’un doppio delitto, infatti. Perché l’ho ingannata io, questa donna. Sissignore: le ho detto ch’ero scapolo, che non avevo nessuno. Le ho detto la verità a modo mio. Quella che era verità per me. Mia moglie invece, capisce? è andata a trovarla… lí, a Perugia, e le ha detto… che le avrà detto? Io non so! So che lei, lusingandosi di ridar la pace a una famiglia, se n’è venuta qua, per torsi di mezzo… Ora come vuole ch’io me ne vada? Lei, la martire, m’ha perdonato. Ma a me non può bastare il suo perdono. Bisogna che io me ne stia a piangere, qua, finch’ella è in vita, e poi… poi, non so! Senta: mi vuol dare ascolto? Si levi la maschera, lei che è venuto a perdonare, e vada a buttarsi in ginocchio davanti a quel letto, a farsi piuttosto perdonare lei, e dica a quella povera donna che è una santa, le dica che è la vittima di tutti noi, le dica che gli uomini sono vigliacchi: non si disonorano mai, gli uomini! Solo se rubano un po’ di danaro, perché, se poi rubano l’onore a una donna, è niente! se ne vantano! Guardi, guardi come dovremmo fare, noi uomini…
D’improvviso s’inginocchiò davanti alla sbiobbina atterrita; le prese le braccia e le gridò:
– Sputami! sputami! sputami in faccia!
Sopravvennero alle grida due donne, svegliate di soprassalto, mezzo discinte: la signora Nàccheri, cognata del Righi, vedova, e la figliuola Giuditta, con un bambino in braccio.
Il Gelli e il prete erano rimasti lí, sbalorditi dalla violenza di quel forsennato.
La Nàccheri accorse a liberare la povera sbiobbina, che tremava tutta, lí lí per svenire.
– Va’, va’, Margherita! Oh guardate, Signore Iddio, che s’ha a vedere! Ma si vergogni, lei, e la faccia finita una buona volta! Siamo stufi, sa! siamo stufi! Su, via, si levi, su!
Il Mauri, rimasto ginocchioni, con la faccia per terra, singhiozzava. A un tratto, balzò in piedi, e domandò:
– Non sono piú un uomo civile, io, è vero? Non c’è piú neppure l’ombra della civiltà, in me? Che scompiglio, gran Dio, per questo illustre signore che è venuto a perdonare! per questo signor Canonichetto afffittacamere! E lei, signora? Oh oh oh, guarda! E il parrucchino riccio, biondo? Se l’è dimenticato sul tavolino da notte? Buffoni, buffoni! M’inchino, mille ossequii, buffoni!
E, inchinandosi furiosamente e sghignazzando, scappa via.
– Quell’uomo impazzisce… – mormorò il Gelli, stupefatto.
– Ma mi pare che sia già ito via col cervello, scusi! osservò la Nàccheri.
– Screanzato! – aggiunse la figlia.
Don Camillo Righi, rimasto piú a lungo degli altri tresecolato (pensava forse che il matto avrebbe potuto buttargli in faccia ben altre accuse), si scosse per presentare alla cara cognata e alla nipote il signor professore, che aveva avuto la santa ispirazione di accorrere all’invito, per accordare di presenza il perdono:
– Dio lo benedica! Tanto buono…
Le due donne cercavano di scusarsi con lui di quanto era accaduto e per i loro indumenti notturni, quand’ecco di ritorno il Mauri, ilare, che si spingeva innanzi un omacciotto calvo, barbuto, stizzito dalla furia sconveniente di quel matto.

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