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IL VECCHIO DIO di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Smilzo, un po’ curvo, con un abitino di tela che gli sventolava addosso, l’ombrello aperto sulla spalla e il vecchio panama in mano, il signor Aurelio s’avviava ogni giorno per la sua speciosa villeggiatura.
Un posto aveva scoperto, un posto che non sarebbe venuto in mente a nessuno; e se ne beava tra sì e sì, quando ci pensava, stropicciandosi le manine nervose.
Chi sui monti, chi in riva al mare, chi in campagna: lui, nelle chiese di Roma. Perché no? Non ci si sta forse freschi più che in un bosco? E in santa pace, anche. Nei boschi, gli alberi; qui, le colonne delle navate; lì, all’ombra delle frondi; qui, all’ombra del Signore.
— Eh, come si fa? Ci vuol pazienza.
Aveva anche lui, un tempo, una bella campagna sotto Perugia, ricca di cipressetti densi, e lunghesso il canale quell’eleganza di gracili salci violetti e tanto dolce azzurro d’ombra che dilaga; la magnifica villa, con dentro una preziosa raccolta d’oggetti d’arte: ah, quella poi! invidiato decoro di casa Vetti.
Gli restavano le chiese, ora, per villeggiare.
— Eh, come si fa? Ci vuol pazienza.
Da parecchi anni a Roma, non gli era ancora riuscito di visitarne tutte le chiese più famose. L’avrebbe fatto quest’anno per villeggiatura.
Speranze, illusioni, ricchezza e tant’altre belle cose aveva perduto il signor Aurelio lungo il cammino della vita: gli era solo rimasta la fede in Dio ch’era, tra il buio angoscioso della rovinata esistenza, come un lanternino: un lanternino ch’egli, andando così curvo, riparava alla meglio, con trepida cura, dal gelido soffio degli ultimi disinganni. Errava come sperduto in mezzo al rimescolio della vita, e nessuno più si curava di lui.
— Non importa: Dio mi vede! — si esortava in cuor suo.
E n’era proprio sicuro, di questo, il signor Aurelio, che Dio lo vedeva per quel suo lanternino. Tanto sicuro, che il pensiero della prossima fine, non che sgomentarlo, lo confortava.
Le strade, sotto il cocente sole, erano quasi deserte. Tuttavia per lui c’era sempre qualcuno, un monellaccio, un vetturino di stazione, che, vedendolo passare col lucido cranio scoperto, la barbetta lieve tremolante sul mento, e la zazzeretta grigia, tremolante anch’essa su la nuca, gli lanciava qualche lazzo.
— Guarda oh: due barbette! una davanti e l’altra dietro!
Ma il cappello in capo, d’estate, il signor Aurelio non lo poteva sopportare. Sorrideva anche lui al lazzo e affrettava, quasi senza volerlo, quei suoi passettini da pernice, per levar la tentazione d’un altro lazzo a quegli oziosi.
— Eh, come si fa? Ci vuol pazienza.
Entrando nella chiesa designata quel giorno per villeggiatura, voleva prima di tutto goder della giunta: sedere. E traeva un gran respiro; s’asciugava il sudore; poi, con diligenza, ripiegava in quattro il fazzoletto e se lo poneva in capo, così ripiegato, per riguardarsi dall’umida frescura.
Qualche rara divota che si voltava appena a spiarlo, vedendolo con quel buffo copricapo, sbruffava tra sé una risatina.
Ma il signor Aurelio, in quel momento, si sentiva beato, respirando quell’umido insaporato d’incenso che stagnava nella solenne vacuità silenziosa dell’interno sacro; né gli nasceva il sospetto che qualcuno, pur lì, nella casa di Dio, potesse provar gusto a ridere di lui.
Riposatosi un po’, si metteva a esaminare la chiesa, pian pianino, come uno che ci abbia da passar la giornata. E ne studiava con amorosa attenzione l’architettura, le singole parti. Si fermava davanti a ogni pala d’altare, a ogni opera musiva, a ogni cappella, a ogni monumento funerario, e con l’occhio esperto scopriva subito le peculiarità del tempo, della scuola a cui l’opera d’arte doveva ascriversi e se era sincera o deturpata da toppe e rimessi di restauri infelici. Poi tornava a sedere; e se in chiesa, come spesso avveniva a quell’ora, di quella stagione, non c’era altri che lui, ne approfittava per segnar rapidamente in un modesto taccuino qualche nota, un dubbio da chiarire, le sue impressioni.

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