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LA LEGA DISCIOLTA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Quasi basito, eppur tentando un sorrisetto a fior di labbra, il marchese gli mostrò quattro dita della sua manina tremicchiante e gli disse:
– ‘Gnorsì. Quattro. Al solito. Che c’è di nuovo?
Per tutta risposta Bòmbolo si strappò dal capo il cappelluccio nuovo a pan di zucchero, se lo portò alla bocca e lo stracciò coi denti. Si mosse, tutto in preda a un fremito convulso, tra i tavolini, rovesciando le seggiole, poi si voltò verso il marchese ancora lì seduto in mezzo agli avventori sbalorditi, e gli gridò:
– Non dia un centesimo, per la Madonna! Non s’arrischi a dare un centesimo! Ci penso io!
Ma potevano sul serio quei tre, Todisco, Principe e Barrera, contentarsi di quel tal «premio degno» decantato da Bòmbolo nell’ultima riunione della Lega? Se Bòmbolo stesso, negli ultimi tempi, aveva permesso che fosse salassato il proprio suocero, il quale pure tra i primi aveva accordato il salario di tre lire ai contadini, non potevano essi, per la giustizia, seguitare a salassar gli altri proprietarii?
Quando, alla sera, Bòmbolo, che li aveva cercati invano tutto il giorno da per tutto, li trovò su le alture di San Gerlando, e saltò loro addosso come un tigre, essi si lasciarono percuotere, strappare, mordere, malmenare, e anzi dissero che se egli li voleva uccidere, era padrone, non avrebbero mosso un dito per difendersi, tanto era il rispetto, tanta la gratitudine che avevano per lui. Li avrebbe uccisi però a torto. Essi non sapevano nulla di nulla. Innocenti come l’acqua. Lega? che Lega?
Non c’era più Lega! Non la aveva egli disciolta? Ah, minacciava di denunziarli? Perché, per il passato? E allora, tutti dentro, e lui per il primo, come capo! Per quel nuovo sequestro al marchese Nigrelli? Ma se non ne sapevano nulla! Avrebbero potuto tutt’al più chiederne ai «picciotti»; mettersi in cerca per le campagne; già! come lui un tempo, per due e tre giorni, cavalcando anche di notte sotto la pioggia e sotto lo stellato.
Sentendoli parlare così, Bòmbolo si mangiava le mani dalla rabbia. Disse che dava loro tre giorni di tempo. Se in capo a tre giorni, senza il compenso neppure di un centesimo, i quattro capi di bestiame non erano restituiti al marchese Nigrelli… – che avrebbe fatto? Ancora non lo sapeva!
Ma che poteva ormai fare Bòmbolo? Gli stessi proprietarii di terre, il marchese Nigrelli, il Ragona, il Tavella, tutti gli altri, lo persuasero ch’egli non poteva più far nulla. Che c’entrava lui? quando mai c’era entrato? non era stata sempre disinteressata l’opera messa da lui? E dunque, che c’era adesso di nuovo? Perché non voleva più mettere l’opera sua? Rivolgersi alla forza pubblica? Ma sarebbe stato inutile! Che non si sapeva? Non avrebbero ottenuto né la restituzione delle bestie, né l’arresto dei colpevoli. Sperare poi che questi avrebbero ricondotto alle stalle le bestie, così, per amore, senz’averne nulla, via, era da ingenui. Loro stessi, i padroni, glielo dicevano. Una cosellina bisognava pur darla. Sì, al solito… oh, senza né patti né condizioni, essendoci lui, Bòmbolo, di mezzo!
E dal tono con cui gli dicevano queste cose Bòmbolo capiva che quelli ritenevano una commedia, adesso, il suo sdegno, come una commedia avevano prima ritenuta la sua pietà per i contadini.
Si sfogò per alcuni giorni a predicare che, almeno, si fossero rimessi a pagarli tre tarì al giorno, tre tarì, tre tarì, per dare a lui una soddisfazione. Non li meritavano, parola d’onore! neppure quei tre tarì meritavano, ladri svergognati! figli di cane! pezzi da galera! No? Ah, dunque volevano proprio che gli schiattasse nel fegato la vescichetta del fiele?
– Via! puh! paese di carogne!
E mandò dai nonni alle terre di Luna il suo figliuolo, facendo dire al suocero che rivoleva subito subito il suo berretto rosso. Turco, di nuovo turco voleva farsi!
E due giorni dopo, raccolte le sue robe, scese al porto di mare e si rimbarcò su un brigantino greco per il Levante.


Riassunto:
Il signor Bòmbolo, detto Don Zulì, è il protagonista di questa novella ambientata in Sicilia, tra proprietari terrieri e contadini sottopagati.

Don Zulì è un turco con un alto senso della giustizia e per questo i proprietari di terre si rivolgono sempre a lui quando sono vittime di continui furti organizzati: dalle loro proprietà spariscono dei capi di bestiame e alcuni dei manovali vengono trovati legati agli alberi. Chiedono aiuto a lui per trattare con i ladri e riavere indietro il bestiame sano e salvo. Don Zulì in un primo momento rimprovera i ladri, ma poi, sapendo che si tratta degli stessi contadini che i padroni sottopagano, non può non prendere la loro parte, accusando i proprietari terrieri per il basso salario: non si possono di certo stupire per i furti subiti.

Ad ogni modo, ogni volta che un signore chiede aiuto, lui si prodiga per ritrovare gli animali, anche se è ormai noto a tutti chi siano i ladri ed anche quale sia il luogo dove è tenuto nascosto il bestiame. Al terzo giorno si presenta così sempre dal proprietario terriero e fa da tramite tra lui e i contadini per definire il riscatto per la restituzione degli animali. La somma viene poi divisa tra i membri della banda, detta la Lega, in base alle necessità dei singoli e conservando una parte anche per tre di loro che, finiti in carcere, non hanno mai tradito la compagnia.

Don Zulì è contento del proprio ruolo e non chiede mai neanche nulla per sé. Crede di servire la giustizia in quanto è a causa dello scarso stipendio che i contadini adottano questo metodo verso i loro padroni: per ottenere quanto dovuto, non un soldo di più. Per questo, se capita che un contadino vuole approfittare della situazione, ottenendo comunque i soldi senza lavorare, Don Zulì dà invece in escandescenza.

Arriva infine il giorno della scarcerazione dei tre compagni e il signor Bòmbolo pensa di aver oramai adempiuto al proprio compito visto che le condizioni salariali sono finalmente migliorate. Decide quindi di ritirarsi dall’attività di intermediario.

Si aspetta che i furti non vengano più messi in atto perché ora tutti hanno quello che gli spetta. Purtroppo però non è così e dopo soli quindici giorni uno dei proprietari torna a chiedergli aiuto. Don Zulì va quindi a chiedere conto ai tre compagni scarcerati, ma questi gli rispondono che non ne sanno nulla e, schernendolo, dicono che potrebbero mettersi anche loro a cercare il bestiame come aveva fatto lui in passato. Tali risposte fanno infuriare Don Zulì che decide di mandare suo figlio dai nonni in altre terre e lui di salpare con un brigantino verso il Levante abbandonando quel paese.

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