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LA LEGA DISCIOLTA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Tutte calunnie. Egli era un apostolo. Egli lavorava per la giustizia. La soddisfazione morale che gli veniva dal rispetto, dall’amore, dalla gratitudine dei contadini che lo consideravano come il loro re, gli bastava. E tutti in un pugno li teneva. L’esperienza gli aveva insegnato che, a raccoglierli apertamente in un fascio perché resistessero con giusta pretesa all’avarizia prepotente dei padroni, il fascio, con una scusa o con un’altra, sarebbe stato sciolto e i caporioni mandati a domicilio coatto. Con la bella giustizia che si amministrava in Sicilia! Non se ne fidavano neanche i signori! Là, là nel fondaco di San Gerlando, amministrava lui, la giustizia, quella vera; in quel modo, ch’era l’unico. I signori proprietarii di terre volevano ostinarsi a pagar tre «tarì» la giornata d’un uomo? Ebbene, quel che non davano per amore, lo avrebbero dato per forza. Pacificamente, ohè. Senza né sangue né violenze. E col dovuto rispetto alle bestie. Aveva un cartolare, Bòmbolo, ch’era come un decimario di comune, dove, accanto a ogni nome erano segnati i beni e i luoghi e il novero delle bestie grosse e delle minute. Lo apriva, chiamava a consulto i più fidati, e stabiliva con essi quali tra i signori dovessero per quella settimana «pagar la tassa», quali tra i contadini fossero più designati, o per pratica dei luoghi o per amicizia coi guardiani o perché d’animo più sicuro, al sequestro delle bestie. E raccomandava prudenza e
discrezione.
– Il poco non fa male!
Questa era una delle sue massime favorite. Diventava terribile, ma proprio col sangue agli occhi e la bava alla bocca, quando s’accorgeva o veniva a sapere che qualcuno della Lega «voleva far la carogna», cioè non lavorare. Lo investiva, lo abbrancava per il petto, gli metteva le unghie nel viso, lo scrollava così furiosamente, che gli faceva cader dal capo il berretto e venir fuori la camicia dai pantaloni.
– Cima di birbante! – gli urlava in faccia. – Chi sono io? per chi mi vuoi far conoscere? per chi mi prendi tu dunque? per un protettore di ladri e di vagabondi? Qua sangue s’ha da buttare, carogna! sangue, sudori di sangue! qua tutti con le ossa rotte dalla fatica dovete presentarvi il sabato sera! O questo diventa un covo di malfattori e di briganti! Io ti mangio la faccia, se tu non lavori; sotto i piedi ti pesto! Il lavoro è la legge! Col lavoro soltanto acquistate il diritto di prendere per le corna una bestia dalla stalla altrui e di gridare in faccia al padrone: «Questa me la tengo, se non mi paghi com’è debito di coscienza i miei sudori di sangue!».
Faceva paura, in quei momenti. Tutti, muti come ombre, stavano ad ascoltarlo nel fondaco nero, mirando la fiamma filante del moccolo di candela ritto tra la colatura su la tavola sudicia come una roccia di cacio. E dopo la fiera invettiva si sentiva l’ansito del suo torace poderoso, a cui pareva rispondessero, dalla tenebra frigida d’una grotta, che vaneggiava in fondo, i cupi tonfi cadenzati delle gocce d’una cert’acqua amara, renosiccia, piombanti entro una conca viscida, dove alle volte qualche ranocchia quacquarava.
Se qualcuno ardiva di levare gli occhi, vedeva in quei momenti, dopo la sfuriata, un luccicore di lagrime, di lagrime vere negli occhi di Bòmbolo. Era vanto supremo per lui la testimonianza che gli stessi proprietarii di terre rendevano unanimi, che mai come in quei tempi i contadini s’erano dimostrati sottomessi al lavoro e obbedienti. Solo da questo riconoscimento poteva venir purificata, santificata l’opera ch’egli metteva per loro. Orbene, in quei momenti, vedeva ignominiosamente compromessa la giustizia che, sul serio, con santità, sentiva d’amministrare; compromesso il suo apostolato, il suo onore, per quell’uno che poteva infamar tutti.
Sentiva enorme, allora, il peso della sua responsabilità, e ribrezzo per l’opera sua, e sdegno e dolore, perché gli pareva che i contadini non gli fossero grati abbastanza di quanto aveva loro ottenuto, di quel salario di tre lire che, batti oggi, batti domani, era riuscito a strappare all’avarizia dei padroni.
Per lui erano sacri, e sacri voleva che fossero tutti i socii della Lega, quelli che si erano arresi alla sua costante predicazione, concedendo il giusto salario. Se talvolta mancava il danaro e, cercando e ricercando nel cartolare, non si trovava chi, al solito, per quella settimana dovesse «pagar la tassa», qualcuno tra i consiglieri accennava timidamente a uno di quelli; Bòmbolo si voltava a fulminarlo con gli occhi, bianco d’ira e fremente. Quelli non si dovevano toccare! Ma, allora?
– Allora, – scattava Bòmbolo, buttando all’aria il cartolare, – allora, piuttosto, salassiamo mio suocero!
E a due o tre contadini era assegnato il compito di recarsi la notte alle terre di Luna, presso la marina, per sequestrare sei o sette bestie grosse a zio Lisciànnaru Dimìno, che pure tra i primi s’era messo a pagare gli uomini a tre lire al giorno.
Poteva bastar questo a turare la bocca ai calunniatori. Salassando il suocero, Bòmbolo rubava a se stesso, perché l’unico erede dei Dimìno sarebbe stato un giorno il suo figliuolo. Ma piuttosto rubare a se stesso, al suo figliuolo, che far offesa alla giustizia. E che strazio ogni qual volta il vecchio suocero, che vestiva ancora all’antica, con le brache a mezza gamba, la berretta nera a calza con la nappina in punta e gli orecchini in forma di catenaccetti agli orecchi, veniva a trovarlo, appoggiato al lungo bastone, dalle terre di Luna, e gli diceva:
– Ma come, Zulì? così ti rispettano i tuoi? e che sei tu allora? broccolo sei?
– Mi sputi in faccia, – rispondeva Bòmbolo, succiando, con gli occhi chiusi, il fiele di quel giusto rimbrotto. – Mi sputi in faccia, che posso dirle?
Gli pareva ormai mill’anni che uscissero dal carcere quei tre socii, Todisco, Principe e Barrera, per sciogliere finalmente quella Lega, ch’era divenuta un incubo per lui.
Fu una gran festa, il giorno di quella scarcerazione, nel fondaco su a San Gerlando: si bevve e si danzò; poi Bòmbolo, raggiante, tenne il discorso di chiusura, e ricordò le imprese e cantò la vittoria, ch’era il premio per quei tre che avevano sofferto il carcere: il premio più degno, quello di trovare mutate le condizioni, onestamente retribuito il lavoro; e disse in fine che egli ora, assolto il compito, si sarebbe ritirato in pace e contento; e fece ridere tutti annunziando che quel giorno stesso avrebbe mandato il suo berretto rosso da turco al suocero, che non aveva saputo mai vederglielo in capo di buon occhio. Deponeva con quel berretto la sovranità, e dichiarava sciolta la Lega.
Non passarono neppure quindici giorni che, dimenandosi al solito di qua e di là, col pomo d’avorio della mazzettina d’ebano su le labbra appuntite, si presentò al caffè il vecchio marchese don Nicolino Nigrelli:
– Don Zulì, una grazia…
Bòmbolo diventò dapprima più bianco del marmo del tavolino e fissò con occhi così terribilmente spalancati il povero marchese, che questi ne tremò di paura e, traendosi indietro, cadde a sedere su una seggiola, mentre l’altro gli si levava sopra furente, ruggendo tra i denti:
– Ancora?

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