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LA LEGA DISCIOLTA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Al caffè, dove Bòmbolo stava tutto il giorno, col berretto rosso da turco sul testone ricciuto, un pugno chiuso sul marmo del tavolino in atto d’impero, l’altra mano al fianco, una gamba qua, una gamba là, guardando tutti in giro, senza disprezzo ma con gravità accigliata, quasi per dire: «I conti qua, signori miei, lo sapete, bisogna farli con me», venivano uno dopo l’altro i proprietarii di terre non soltanto di Montelusa, ma anche dei paesi del circondario, anche il vecchio marchese don Nicolino Nigrelli (quello che andava sempre col pomo d’avorio della mazzettina d’ebano sulle labbra appuntite, come se sonasse il flauto), anche il barone don Mauro Ragona, anche il Tavella, tutti insomma, con tanto di cappello in mano.
– Don Zulì, una grazia…
E Bòmbolo, all’atto deferente, subito – bisogna dirlo – balzava in piedi, si cavava il berretto, s’impostava sull’attenti e con la testa alta e gli occhi bassi rispondeva:
– Ai comandi, Eccellenza.
Erano le solite lagnanze e le solite raccomandazioni. Al Nigrelli erano spariti dalla costa quattro capi di bestiame; otto al Ragona dall’addiaccio; cinque al Tavella dalla stalla. E uno veniva a dire che gli avevano legato all’albero il garzone che li badava; e un altro, che gli avevano finanche rubato la vacca appena figliata, lasciando il buccelluzzo che piangeva e sarebbe morto di fame senza dubbio.
In prima Bòmbolo, invariabilmente, per concedere una giusta soddisfazione all’oltraggio patito, esclamava:
– Ah, birbanti!
Poi, giungendo le mani e scotendole in aria:
– Ma, padroni miei, padroni miei… Diciamo birbanti; in coscienza però, a voltar la pagina, quanto tirano al giorno questi birbanti? Tre «tarì» tirano! E che sono tre «tarì»? Oggi com’oggi, un uomo, un figlio di Dio che lavora, povera carne battezzata come Vossignoria, non come me, io sono turco – sissignore – turco… eccolo qua – (e presentava il fez) – dicevamo, un uomo che butta sangue con la zappa in mano dalla punta dell’alba alla calata del sole, senza sedere mai, altro che per mandar giù a mezzogiorno un tozzo di pane con la saliva per companatico; un uomo che le torna all’opera masticando l’ultimo boccone, dico, padrone mio, pagarlo tre «tarì», in coscienza, non è peccato? Guardi don Cosimo Lopes! Dacché s’è messo a pagare gli uomini a tre lire al giorno, ha da lagnarsi più di nulla? Nessuno più s’attenta a levargli… che dico? – (allungava due dita, si tirava dal capo con uno strappo netto un capello e lo mostrava) – è buono questo? neanche questo! Tre lire, signorino,
tre lire sono giuste! Faccia come le dico io; e, se domani qualcuno le manca di rispetto, tanto a lei quanto alle bestie, venga a sputarmi in faccia: io sono qua.
In fine, cangiando aria e tono, concludeva: – Quanti capi ha detto? Quattro? Lasci fare a me. Vado a sellare.
E fingeva di mettersi in cerca di quei capi di bestiame per le campagne, due o tre giorni, cavalcando anche di notte sotto la pioggia e sotto lo stellato. Nessuno ci credeva, e nemmeno credeva lui che gli altri ci credessero. Sicché, quando in capo ai tre giorni, si presentava in casa o del marchese Nigrelli o del Ragona o degli altri, e questi lo accoglievano con la solita esclamazione: – «Povero don Zulì, chi sa quanto avete penato!» – egli troncava con un gesto reciso della mano l’esclamazione, chiudeva gli occhi con gravità:
– Lasciamo andare! – diceva. – Ho penato, ma li ho scovati. E prima di tutto le do parte e consolazione che alle bestie hanno dato stalla e cura. Dove stanno, stanno bene. I «picciotti» non sono cattivi. Cattivo è il bisogno. E creda che se non fosse il bisogno, per il modo come sono pagati… Basta, Pronti a restituire le bestie; però, al solito, Vossignoria m’intende… Oh, trattando con Vossignoria, e con me di mezzo, senza né patti né condizioni: la sua buona grazia, quello che il cuore le detta. E stia sicuro che stanotte, puntuali, verranno a riportarle su la costa le bestie, più belle di prima.
Gli sarebbe sembrata una mancanza di rispetto, così a sé come al signore, accennare anche lontanamente al sospetto, che quei bravi «picciotti» potessero trovare la notte in agguato guardie e carabinieri. Sapeva bene che, se il signore s’era rivolto a lui, era segno che stimava inutile il ricorrere alla forza pubblica per riavere le bestie. Non le avrebbe riavute, di sicuro. Nel riaverle così, mediante quel piccolo salasso di denari, con Bòmbolo di mezzo, ogni idea di tradimento doveva essere esclusa.
E Bòmbolo prendeva il denaro, cinquecento, mille, duemila lire, a seconda del numero delle bestie sequestrate, e questo denaro ogni settimana, il sabato sera, recava intatto ai contadini della Lega, che si raccoglievano in un fondaco su le alture di San Gerlando.
Qua si faceva la «giusta». Cioè, a ogni contadino che durante la settimana aveva lavorato per tre «tarì» al giorno (lire 1,25) veniva secondo giustizia computata la giornata in ragione di tre lire, e gli era dato il rimanente. Quelli che, non per colpa loro, avevano «seduto», cioè non avevano trovato lavoro, ricevevano sette lire, una per giorno; prima però venivano detratte, come per sacro impegno, le pensioncine settimanali assegnate alle famiglie di tre socii, Todisco, Principe e Barrera che, arrestati per caso di notte da una pattuglia in perlustrazione e condannati a tre anni di carcere, avevano saputo tacere; una parte della somma era poi destinata per gli sbruffi ai campieri e ai guardiani di bestiame che, d’intesa, si facevano legare e imbavagliare; il resto, se ne restava, era conservato come fondo di cassa.
Bòmbolo non toccava un centesimo, quel che si dice un centesimo. Erano tutte infamie, tutte calunnie quelle che si spargevano sul conto suo a Montelusa. Già egli non aveva bisogno di quel denaro. Era stato tanti anni nel Levante, e vi aveva fatto fortuna. Non si sapeva dove, precisamente, né come, ma nel Levante aveva fatto fortuna, certo; e non sarebbe andato appresso a quei pochi quattrinucci rimediati a quel modo. Lo dicevano chiaramente quel suo berretto rosso e l’aria del volto e il sapore dei suoi discorsi e quello speciale odore che esalava da tutta la persona, un odor quasi esotico, di spezie levantine, forse per certi sacchettini di cuojo e bossoletti di legno che teneva addosso, o forse per il fumo del suo tabacco turco, di contrabbando, che gli veniva dalle navi che approdavano nel vicino porto di mare, e con le quali egli era in segreti commerci, almeno a detta di molti, che per ore e ore certe mattine lo vedevano con quel fiammante cupolino in capo guardare, come all’aspetto, sospirando, l’indaco del mare lontano, se da Punta Bianca vi brillasse una vela… Aveva poi sposato una dei Dimìno, ch’erano notoriamente tra i più ricchi massari del circondario, massari buoni, di quelli all’antica, che avevano terre che ci si camminava a giornate senza vederne la fine; e zi’ Lisciànnaru Dimìno e sua moglie, quantunque la loro figliola dopo appena quattr’anni di matrimonio fosse morta, gli volevano ancora tanto bene, che si sarebbero levata la camicia per lui.

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