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LA CASA DEL GRANELLA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

– Ah sì? – fece Zummo. – Come tanti avvocati?
– E va bene! – sospirò la donna. – Vossignoria non ci crede; ma abbiamo tanti testimoni, sa? tutto il vicinato che potrebbe venire a deporre…
Zummo aggrottò le ciglia:
– Testimoni che hanno veduto?
– Veduto e udito, sissignore!
– Ma veduto… che cosa per esempio? – domandò Zummo, stizzito.
– Per esempio, seggiole muoversi, senza che nessuno le toccasse…
– Seggiole?
– Sissignore.
– Quella seggiola là, per esempio?
– Sissignore, quella seggiola là, mettersi a far le capriole per la stanza, come fanno i ragazzacci per istrada; e poi, per esempio… che debbo dire? un portaspilli, per esempio, di velluto, in forma di melarancia, fatto da mia figlia Tinina, volare dal cassettone su la faccia del povero mio marito, come lanciato… come lanciato da una mano invisibile; l’armadio a specchio scricchiolare e tremar tutto, come avesse le convulsioni, e dentro… dentro l’armadio, signor avvocato… mi s’aggricciano le carni solo a pensarci… risate!
– Risate! – aggiunse la figlia.
– Risate! – il padre
E la moglie, senza perder tempo, seguitò:
– Tutte queste cose, signor avvocato mio, le hanno vedute e udite le nostre vicine, che sono pronte, come le ho detto, a testimoniare. Noi abbiamo veduto e udito ben altro!
– Tinina, il ditale, – suggerì, a questo punto, il padre.
– Ah, sissignore, – prese a dire la figlia, riscotendosi con un sospiro. – Avevo un ditalino d’argento, ricordo della nonna, sant’anima! Lo guardavo, come la pupilla degli occhi. Un giorno, lo cerco nella tasca e non lo trovo! lo cerco per tutta la casa e non lo trovo. Tre giorni a cercarlo, che a momenti ci perdevo anche la testa. Niente! Quando una notte, mentre stavo a letto, sotto la zanzariera…
– Perché ci sono anche le zanzare, in quella casa, signor avvocato! – interruppe la madre.
– E che zanzare! – appoggiò il padre, socchiudendo gli occhi e tentennando il capo.
– Sento, – riprese la figlia, – sento qualcosa che salta sul cielo della zanzariera…
A questo punto il padre la fece tacere con un gesto della mano. Doveva attaccar lui. Era un pezzo concertato, quello.
– Sa, signor avvocato? tal quale come si fanno saltare le palle di gomma, che si dà loro un colpetto e rivengono alla mano.
– Poi, – seguitò la figlia, – come lanciato piú forte, il mio ditalino dal cielo della zanzariera va a schizzare al soffitto e casca per terra, ammaccato.
– Ammaccato – ripeté la madre.
E il padre:
– Ammaccato!
– Scendo dal letto, tutta tremante, per raccoglierlo e, appena mi chino, al solito, dal tetto…
– Risate, risate, risate… – terminò la madre.
L’avvocato Zummo restò a pensare, col capo basso e le mani dietro la schiena, poi si riscosse, guardò negli occhi i tre clienti, si grattò il capo con un dito e disse con un risolino nervoso:
– Spiriti burloni, dunque! Seguitate, seguitate… mi diverto.
– Burloni? Ma che burloni, signor avvocato! – ripigliò la donna. – Spiriti infernali, deve dire Vossignoria! Tirarci le coperte del letto; sederci su lo stomaco, la notte; percuoterci alle spalle; afferrarci per le braccia; e poi scuotere tutti i mobili, sonare i campanelli, come se, Dio liberi e scampi, ci fosse il terremoto; avvelenarci i bocconi, buttando la cenere nelle pentole e nelle casseruole… Li chiama burloni Lei? Non ci hanno potuto né il prete né l’acqua benedetta! Allora ne abbiamo parlato al Granella, scongiurandolo di scioglierci dal contratto, perché non volevamo morire là, dallo spavento, dal terrore… Sa che ci ha risposto quell’assassino? Storie! ci ha risposto. Gli spiriti? Mangiate, dice, buone bistecche, dice, e curatevi i nervi. Lo abbiamo invitato a vedere con gli occhi suoi, a sentir con le sue orecchie. Niente. Non ha voluto saperne; anzi ci ha minacciati: «Guardatevi bene» dice «dal farne chiasso, o vi fulmino!». Proprio così.
– E ci ha fulminato! – concluse il marito, scotendo il capo amaramente. – Ora, signor avvocato, noi ci mettiamo nelle sue mani. Vossignoria può fidarsi di noi: siamo gente dabbene: sapremo fare il nostro dovere.
L’avvocato Zummo finse, al solito, di non udire queste ultime parole: si stirò per un pezzo ora un baffo ora l’altro, poi guardò l’orologio. Era presso il tocco. La famiglia, di là, lo aspettava da un’ora per il desinare.
– Signori miei, – disse, – capirete benissimo che io non posso credere ai vostri spiriti. Allucinazioni… storielle da femminucce. Guardo il caso, adesso, dal lato giuridico. Voi dite d’aver veduto… non diciamo spiriti, per carità! dite d’avere anche testimoni, e va bene; dite che l’abitazione in quella casa vi era resa intollerabile da questa specie di persecuzione… diciamo, strana… ecco! Il caso è nuovo e speciosissimo; e mi tenta, ve lo confesso. Ma bisognerà trovare nel codice un qualche appoggio, mi spiego? un fondamento giuridico alla causa. Lasciatemi vedere, studiare, prima di prendermene l’accollo. Ora è tardi. Ritornate domani e vi saprò dare una risposta. Va bene così?
IV

Subito il pensiero di quella strana causa si mise a girar nella mente dell’avvocato Zummo come una ruota di molino. A tavola, non poté mangiare; dopo tavola, non poté riposare come soleva d’estate, ogni giorno, buttato sul letto
– Gli spiriti! – ripeteva tra sè di tratto in tratto; e le labbra gli s’aprivano a un sorriso canzonatorio, mentre davanti agli occhi gli si ripresentavano le comiche figure dei tre nuovi clienti, che giuravano e spergiuravano d’averli veduti.
Tante volte aveva sentito parlar di spiriti; e, per certi racconti delle serve, ne aveva avuto anche lui una gran paura, da ragazzo. Ricordava ancora le angosce che gli avevano strizzato il coricino atterrito nelle terribili insonnie di quelle notti lontane.
– L’anima! – sospirò a un certo punto, stirando le braccia verso il cielo della zanzariera, e lasciandole poi ricader pesantemente sul letto. – L’anima immortale… Eh già! Per ammetter gli spiriti bisogna presupporre l’immortalità dell’anima; c’è poco da dire. L’immortalità dell’anima… Ci credo, o non ci credo? Dico e ho detto sempre di no. Dovrei ora, almeno, ammettere il dubbio, contro ogni mia precedente asserzione. E che figura ci faccio? Vediamo un po’. Noi spesso fingiamo con noi stessi, come con gli altri. Io lo so bene. Sono molto nervoso e, qualche volta, sissignore, trovandomi solo io ho avuto paura. Paura di che? Non lo so. Ho avuto paura! Noi… ecco, noi temiamo di indagare il nostro intimo essere, perché una tale indagine potrebbe scoprirci diversi da quelli che ci piace di crederci o di esser creduti. Io non ho mai pensato sul serio a queste cose. La vita ci distrae. Faccende, bisogni, abitudini, tutte le minute brighe cotidiane non ci lasciano tempo di riflettere a queste cose, che pure dovrebbero interessarci sopra tutte le altre. Muore un amico? Ci arrestiamo là, davanti alla sua morte, come tante bestie, e preferiamo di volgere indietro il pensiero, alla sua vita, rievocando qualche ricordo, per vietarci di andar oltre con la mente, oltre il punto cioè che ha segnato per noi la fine del nostro amico. Buona notte! Accendiamo un sigaro per cacciar via col fumo il turbamento e la malinconia. La scienza s’arresta anch’essa, là, ai limiti della vita, come se la morte non ci fosse e non ci dovesse dare alcun pensiero.

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