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LA PAURA DEL SONNO di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

– Per il sonno e per il caldo del letto, vedete, ci siamo ridotti in questo stato… Lui, no, ormai: dorme in pace per sempre, poverino! ma io… mi vedete! Perciò vi dico che nessuno può compatirvi più di me…  E chi sa quanto e fino a qual punto avrebbe voluto davvero compatirlo, se il Mago
col suo onesto contegno non avesse imposto fin da principio un limite alla vedova vicina.
– Badate se quel sonno non provenga da qualche malattia che cova! – gli suggeriva intanto qualche amico.
Il Mago si stizziva, scrollava le spalle.
– Non mi fate ridere! Mangia per due, dorme per quattro! Vorrei essere malato io, com’è malata lei!
Così, in quel tratto di via, non si parlava d’altro che del continuo sonno della signora Fana, passato quasi in proverbio.
Quand’ecco una mattina, poco prima di mezzogiorno, partire dalla casa del Càrzara grida e pianti disperati.
Tutto il vicinato e altra gente che si trovava a passare per via accorrono e trovano la signora Fana stesa immobile sul pavimento e il Mago che grida in ginocchio e piange davanti a lei:
– Fana! Fana! Fana mia! Non mi senti più? Perdono! Fana mia…
Poi, alla vista di tanta gente, comincia a percuotersi le guance:
– Assassino! Assassino! L’ho ammazzata io! Non l’ho curata! Io che credevo…
– Coraggio, su! coraggio… – gli ripetono attorno tante voci, nella confusione del momento. – Coraggio! Avete ragione, poveretto!
E alcune braccia lo strappano dalla morta, lo sollevano, lo trascinano in un’altra stanza, sorreggendolo; mentr’egli, con l’escandescenza del primo dolore, interrotto da singhiozzi, narra com’è avvenuta la disgrazia:
– Su la seggiola, là… Credevo che dormisse… «Fana! Fana!», la chiamo… – Ah
Fana mia! Io t’ho ammazzata… – La chiamavo… Chi poteva supporre? – E lei, come poteva rispondermi? Morta, capite? Così, su la seggiola! Me le accosto per scuoterla, pian piano… e lei… oh Dio! me la vedo traboccare a testa giù, sotto gli occhi… Morta! morta! Oh Fana mia!
Il Càrzara siede inconsolabile, tra un crocchio d’amici; mentre la signora Fana è sollevata da terra e messa a giacere sul letto, subito assiepato da curiosi che si sporgono a guardare di su le spalle dei più vicini. Ha gli occhi chiusi, la buona signora Fana, e pare che dorma placidamente; ma è fredda e pallida, come di cera. E c’è chi vuol sentire quanto le pesi il braccio; chi le tasta la fronte, vincendo il ribrezzo, con paurosa curiosità; chi la rassetta addosso qualche piega della veste.
Il popolo delle marionette, appeso su i cordini di ferro, par che assista atterrito dall’alto a questa scena, con gli occhi immobili nell’ombra della camera. I pulcinelli, senza berrettoncini, par che se li siano levati dal capo per rispetto verso la morta: i Florindi e i Lindori, senza parrucchine, pare che se le sieno strappate nella disperazione del dolore; soltanto i paladini di Francia, chiusi nelle loro armature di latta o di cartone indorato, ostentano un fiero disdegno per quell’umile morte non avvenuta in campo di battaglia; e i piccoli Pasquini, dalle folte sopracciglia dipinte e il codino arguto sulla nuca, conservano la smorfia furbesca del sorriso che scontorce loro la faccia, come se volessero dire: «Ma che!
ma che! La padrona fa per burla!».
Intanto, chi va, chi corre per un medico? – Un medico? Perché? – Povera signora Fana! Morta senza conforti religiosi! Le torce! – Quattro torce! – Sì, ma… il danaro? – Eccolo qua! – (una vicina lo appronta). Si va per il medico. – Ma è inutile! – Vestirla piuttosto! Bisogna vestirla! Dove saranno gli abiti? – Le vicine più premurose girano per la casa in cerca dell’armadio; ficcano il naso da per tutto. – Dov’è l’armadio? – E intanto a piè del letto c’è chi strappa le scarpe alla morta, mentre gli altri raccomandano: – Piano! Piano! – come se la piccola buona signora Fana si possa ancora far male. Arriva il medico, osserva, tra quella confusione, la giacente; poi domanda ai vicini: – Perché m’avete chiamato? -.
Nessuno sa o attende a rispondergli, e il medico se ne va. Allora le vicine fanno sgomberare la stanza, e poco dopo la signora Fana è vestita e coperta da un lenzuolo.
Il Mago, sorretto per le ascelle, viene condotto davanti al letto di morte. La signora Fana su l’ampio letto è così esile e piccina, che s’indovina appena sotto il lenzuolo: due, tre lievi pieghe soltanto accusano il cadavere al lume giallognolo dei grandi ceri.
È già sopravvenuta la sera. Tre vicine veglieranno la morta tutta la notte. Quattro amici terranno in un’altra stanza compagnia al Mago.
– Ah, che spasimo qua… – si lamenta questi a tarda notte.
– Nel cuore? Eh, poveretto!
– No. – Don Saverio accenna alla guancia. – Come se ci avessi un cane addentato.
– Scherzi del dolore… – gli risponde uno degli amici.
E un altro gli propone, con esitanza:
– Per stordirlo, una fumatina…
Il terzo gli offre un sigaro.
– Ma che! No! – si schermisce il Mago, quasi offeso: – Fana è lì, morta; come faccio a fumare io qua?
Un quarto si stringe nelle spalle e osserva:
– Non vedo che male ci sarebbe, se non fumate per piacere…
E quell’altro gli offre di nuovo il sigaro (tentazione).
– Grazie, no… se mai, la pipa… – dice don Saverio, cavando, esitante, dalla tasca una vecchia pipa intartarita.
I quattro amici lo imitano.
– Come vi sentite adesso? – gli domanda uno, di lì a poco.
– Ma che! lo stesso… – risponde il Mago. – Arrabbio dal dolore.
– Forse, date ascolto a me, un goccetto di vino… – suggerisce il primo, rattristato e premuroso.
E gli altri:
– Certo!
– Meglio!
– Stordisce di più! La notte è così fredda!
– Ma vi pare che possa bere? – domanda mestamente don Saverio. – Fana lì morta… Se voi volete, senza cerimonie: di là ce ne dev’essere…

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