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LA GIARA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

– Che c’è da ridere, scusi? A vossignoria non brucia! La giara è mia!
Ma quello seguitava a ridere e voleva che gli rinarrasse il caso com’era stato, per farci su altre risate. “Dentro, eh? S’era cucito dentro? E lui, don Lollò che pretendeva? Te… tene… tenerlo là dentro… ah ah ah… ohi ohi ohi… tenerlo là dentro per non perderci la giara?”
– Ce la devo perdere? – domandò lo Zirafa con le pugna serrate. – Il danno e lo scorno?
– Ma sapete come si chiama questo? – gli disse infine l’avvocato. – Si chiama sequestro di persona!
– Sequestro? E chi l’ha sequestrato? – esclamò lo Zirafa. – Si è sequestrato lui da sé! Che colpa ne ho io?
L’avvocato allora gli spiegò che erano due casi. Da un canto, lui, Don Lollò, doveva subito liberare il prigioniero per non rispondere di sequestro di persona; dall’altro il conciabrocche doveva rispondere del danno che veniva a cagionare con la sua imperizia o con la sua storditaggine.
– Ah! – rifiatò lo Zirafa. Pagandomi la giara!
– Piano! – osservò l’avvocato. – Non come se fosse nuova, badiamo!
– E perché?
– Ma perché era rotta, oh bella!
– Rotta? Nossignore. Ora è sana. Meglio che sana, lo dice lui stesso! E se ora torno a romperla, non potrò più farla risanare. Giara perduta, signor avvocato!
L’avvocato gli assicurò che se ne sarebbe tenuto conto, facendogliela pagare per quanto valeva nello stato in cui era adesso.
– Anzi – gli consigliò – fatela stimare avanti da lui stesso.
– Bacio le mani – disse Don Lollò, andando via di corsa.
Di ritorno, verso sera, trovò tutti i contadini in festa attorno alla giara abitata. Partecipava alla festa anche il cane di guardia, saltando e abbajando. Zi’ Dima s’era calmato, non solo, ma aveva preso gusto anche lui alla sua bizzarra avventura e ne rideva con la gajezza mala dei tristi.
Lo Zirafa scostò tutti e si sporse a guardare dentro la giara.
– Ah! Ci stai bene?
– Benone. Al fresco – rispose quello. – Meglio che a casa mia.
– Piacere. Intanto ti avverto che questa giara mi costò quattr’onze nuova. Quanto credi che possa costare adesso?
– Come me qua dentro? – domandò Zi’ Dima.
I villani risero.
– Silenzio! – gridò lo Zirafa. – Delle due l’una: o il tuo mastice serve a qualche cosa, o non serve a nulla: se non serve a nulla tu sei un imbroglione; se serve a qualche cosa, la giara, così com’è, deve avere il suo prezzo. Che prezzo? Stimala tu.
Zi’ Dima rimase un pezzo a riflettere, poi disse:
– Rispondo. Se lei me l’avesse fatta conciare col mastice solo, com’io volevo, io, prima di tutto, non mi troverei qua dentro, e la giara avrebbe su per giù lo stesso prezzo di prima. Così conciata con questi puntacci, che ho dovuto darle per forza di qua dentro, che prezzo potrà avere? Un terzo di quanto valeva, sì e no.
– Un terzo? – domandò lo Zirafa. – Un’onza e trentatré?
– Meno sì, più no.
– Ebbene, – disse Don Lollò. – Passi la tua parola, e dammi un’onza e trentatré.
– Che? – fece Zi’ Dima, come se non avesse inteso.
– Rompo la giara per farti uscire, – rispose Don Lollò – e tu, dice l’avvocato, me la paghi per quanto l’hai stimata: un’onza e trentatré.
– Io pagare? – sghignazzò Zi’ Dima. – Vossignoria scherza! Qua dentro ci faccio i vermi.
E, tratta di tasca con qualche stento la pipetta intartarita, l’accese e si mise a fumare, cacciando il fumo per il collo della giara.
Don Lollò ci restò brutto. Quest’altro caso, che Zi’ Dima ora non volesse più uscire dalla giara, nè lui nè l’avvocato l’avevano previsto. E come si risolveva adesso? Fu lì lì per ordinare di nuovo: «La mula», ma pensò che era già sera.
– Ah, sì – disse. – Tu vuoi domiciliare nella mia giara? Testimonii tutti qua! Non vuole uscirne lui, per non pagarla; io sono pronto a romperla! Intanto, poiché vuole stare lì, domani io lo cito per alloggio abusivo e perché mi impedisce l’uso della giara.
Zi’ Dima cacciò prima fuori un’altra boccata di fumo, poi rispose placido:
– Nossignore. Non voglio impedirle niente, io. Sto forse qua per piacere? Mi faccia uscire, e me ne vado volentieri. Pagare… neanche per ischerzo, vossignoria!
Don Lollò, in un impeto di rabbia, alzò un piede per avventare un calcio alla giara; ma si trattenne; la abbrancò invece con ambo le mani e la scrollò tutta, fremendo.
– Vede che mastice? – gli disse Zi’ Dima.
– Pezzo da galera! – ruggì allora lo Zirafa. – Chi l’ha fatto il male, io o tu? E devo pagarlo io? Muori di fame là dentro! Vediamo chi la vince!
E se ne andò, non pensando alle cinque lire che gli aveva buttate la mattina dentro la giara. Con esse, per cominciare, Zi’ Dima pensò di far festa quella sera coi contadini che, avendo fatto tardi per quello strano accidente, rimanevano a passare la notte in campagna, all’aperto, su l’aja. Uno andò a far le spese in una taverna lì presso. A farlo apposta, c’era una luna che pareva fosse raggiornato.
A una cert’ora don Lollò, andato a dormire, fu svegliato da un baccano d’inferno. S’affacciò a un balcone della cascina, e vide su l’aja, sotto la luna, tanti diavoli; i contadini ubriachi che, presisi per mano, ballavano attorno alla giara. Zi’ Dima, là dentro, cantava a squarciagola.
Questa volta non poté più reggere, Don Lollò: si precipitò come un toro infuriato e, prima che quelli avessero tempo di pararlo, con uno spintone mandò a rotolare la giara giù per la costa. Rotolando, accompagnata dalle risa degli ubriachi, la giara andò a spaccarsi contro un olivo.
E la vinse Zi’ Dima.


Riassunto:
Il protagonista della novella La giara è un contadino scontroso, sempre pronto a sporgere denuncia e a citare in giudizio per un nonnulla i suoi concittadini. Il suo consulente legale, viste le numerose cause che ogni settimana si trova a dover affrontare, stanco di dover sempre cercare gli articoli della legge che rispondano ad ogni nuovo caso giudiziario, finisce per regalare all’uomo un libricino, il codice, cosi che possa cercarsi da solo il fondamento giuridico adatto alle proprie liti. Tale personaggio, così suscettibile ed irascibile, è il signor Don Lollò Zirafa, proprietario di un podere coltivato a ulivi.

Arrivato il periodo della produzione dell’olio, Don Lollò, avendo stimato che le cinque giare già in suo possesso non sono sufficienti a contenere tutta la produzione dell’annata, decide di farsi fare una sesta giara, più grande di tutte le altre. Capita però che, sfortunatamente, questa sesta giara si rompa. Il signor Zirafa va ovviamente in escandescenza. Prima incolpa i contadini che avevano fatto la scoperta ma poi, dopo essersi calmato, segue il loro consiglio e decide di farla riparare dal conciabrocche Zi’ Dima Licasi.

Quest’ultimo propone di riparlarla utilizzando il solo mastice speciale da lui brevettato ma Don Lollò non si fida e vuole, oltre al mastice, anche i punti di ferro. Tale richiesta fa infuriare il conciabrocche che, molto permaloso, inizia quindi a riparare la giara con la rabbia in corpo. Per farlo chiede l’aiuto del contadino perché, per mettere i punti richiesti, lui deve entrare nella pancia della giara mentre Don Lollò ha quindi il compito di tirare un lembo della stessa dall’esterno per richiuderla. Così facendo Zi’ Dima resta però incastrato nella giara: accecato dalla rabbia, non aveva fatto caso che il collo era troppo stretto e non ci sarebbe quindi poi passato una volta riparata.

Zirafa, dopo aver comunque pagato la giornata a Zi’ Dima, corre subito dal proprio avvocato per capire come deve agire e questo gli spiega che deve assolutamente rompere la giara per non rischiare di essere accusato di sequestro di persona. Sarebbe stato poi suo diritto essere ripagato della rottura della giara, causata alla fine dei conti dalla errata valutazione ed imperizia del conciabrocche. Il protagonista torna quindi dall’artigiano e gli espone i fatti, ma quest’ultimo non vuole più uscire dalla giara perché, dice, ci si trova bene e non vuole poi ripagargliela visto che a suo parere è invece colpa dell’altro se ne è rimasto chiuso dentro: non ha voluto che usasse solo il mastice, ma anche che desse i punti di ferro.

Don Lollò Zirafa furibondo se ne va e lo lascia nella giara con i contadini a fargli compagnia. A una certa ora della notte però, sentendo un gran frastuono, si precipita verso l’aia dove c’è la giara con Zi’Dima dentro e trova i contadini che stano facendo festa e gli ballano attorno. Accecato dalla rabbia il protagonista rompe infine la giara, dandola vinta al conciabrocche.

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