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IN VINO VERITAS…? di Luigi Capuana

Riaccese il sigaro che gli si era spento in mano, tirò in fretta in fretta alcune boccate di fumo, e riprese:
– Io però non ero dello stesso parere. L’avevo tollerata abbastanza… Le sue gelosie prima mi facevano ridere. Mi divertivo a sentirla sbraitare, a vederla piangere… Non ho il cuore tenero io… Due baci, un abbraccio l’avevano acchetata piú volte. Ma il giorno che scoperse nella tasca del mio soprabito – Non dimenticare mai lettere in tasca… Le donne frugano dappertutto… Hanno il fiuto, maledette bestie, come i cani da caccia! – una lettera dell’altra… Si trattava di cosa seria, di un matrimonio possibile, del mio definitivo stabilimento in Francia, se il matrimonio si fosse avverato… Diventò feroce. “Ah! Ah! vuoi buttarmi via, come uno straccio reso inservibile?” “Che pretendi? Che io ti sposi?” “No. Non ti ho chiesto mai nulla, all’infuori di un po’ d’amore, di un po’, in ricambio del molto che te ne ho voluto e te ne voglio io!” Era di quelle che si attaccano peggio dell’edera, che vogliono morire dove si attaccano. “Che pretendi?” “Che sii mio, tutto mio, ancora, sempre!” Una cosina da niente!… Ancora! Sempre!… Le aveva forse promesso questo?… Ero capitato male… E all’ultimo, sai di che mi minacciò? Di vitroil… vitriolare colei che mi rubava al suo cuore… Ah, non minacciava per burla! Ma prima scrisse… Si presentò in casa della signorina… Come ne aveva appreso il nome e il domicilio? Eh!… Dalla lettera trovatami in tasca… Figurati! Eh! E me lo narrò al ritorno, contenta. “Hai proprio fatto questo?” “Sí” “Hai proprio fatto questo?” Non lo credevo… tanto la cosa mi sembrava enorme. “Ha pianto anche lei, come me! Almeno non sono sola a piangere!” Si vantava!… Perdei il lume degli occhi… L’afferrai pel collo – bianco ed esile collo, con pelle fina come la seta; me n’è rimasta l’impressione! – la rovesciai sul lettino della sua camera… Eravamo soli; sua madre era andata a riportare un lavoro… Non sapeva niente, o fingeva di non saper niente… La rovesciai stringendole il collo con mani convulse… Stralunò gli occhi, dibattendosi, diventò pavonazza in viso… Veramente non avevo intenzione… Ma, meno la sentivo resistere e piú stringevo… piú stringevo… fino a che non sussultò piú… e non si mosse piú!… Era orribile a vedersi!… “Ormai! È fatta!” Non dissi altro! Avevo la mente lucida, il sangue tranquillo… sí, tranquillo, te lo giuro, tranquillo!… Allora… –
Avevo tentato piú volte di farlo tacere; ma egli mi teneva fermo per un polso, quasi incitato dall’espressione di angoscia e di orrore che mi leggeva in viso; e continuava con voce roca, strascicando le parole, spazientendosi perché la lingua non si moveva spedita com’egli avrebbe voluto.
– Allora… Ella aveva le mani increspate per essersi afferrata alle coperte del letto… dopo che mi aveva graffiate le mie difendendosi… Gliele adattai attorno al collo, e le dita contratte, di mano in mano che il corpo si irrigidiva, si affondavano nella carne nei medesimi punti dove si scorgevano ancora le impressioni delle mie ugne… La guardai per convincermi se l’illusione era completa… da simulare il suicidio… Ormai! Era fatta!… Non lo aveva voluto lei?… Ebbene… Sono sette anni… Hai tu avuto rimorso del primo passerotto ammazzato la prima volta che sei andato a caccia?… Proprio cosí, io… La portarono via subito, all’ospedale… Ma io lasciai Parigi la sera di quel giorno… Tutti avevano creduto al suicidio… prima di tutti, la madre! Un collega ha voluto darmi a intendere che la “mia vicina” – egli sapeva! – era stata salvata, all’ospedale… Che! Che! Costui credeva di consolarmi… – egli sapeva! – scrivendomi cosí… Ma io sono certo di averla lasciata morta sul suo letticino, con le mani rattrappite attorno al collo… Ero nel mio diritto… Ognuno ha diritto d’impedire che altri gli attraversi la via della felicità… È vero che io non ho impedito nulla… Ma che vuol dire?… E non ho sentito mai rimorso, mai, mai!… I miei sonni sono stati dolci e sereni; le mie giornate… Non sono uno squilibrato… Sono fuori della chiesa, fuori del codice io!… Sono un uomo… E Rinaldi è mezz’uomo… o un terzo d’uomo, come tu dici!… Perché non ha voluto stare a sentirmi? Mezz’uomo! Egli mi fa pietà!… Si chiamava Enrichetta… Henriette… Riette la chiamavo io… E anche Risette, perché sorrideva, sempre, dolcemente, finché non divenne gelosa e cattiva… Vedi? Ora mi sento intenerire dal ricordo… Mi voleva bene, veramente… Ma dovevo essere cosa sua… ancora, sempre?… E via! E via! Forse sono stato un po’ violento, un po’ crudele con lei… sí, violento, lo confesso… Crudele, ne convengo… Ma rimorsi, mai! Ero nel mio diritto!… Povera Risette!… Non dovevo stringer troppo quel suo collo sottile con pelle fina come la seta… Ma ella mi graffiava le mani… E io stringevo!… Se fosse vero che all’ospedale l’hanno salvata!… Ma che! Ma che! Ne avrei piacere ora… Ormai! È fatta!…!
Viosci si asciugava le lagrime. Il vino gli si scioglieva in intenerimento. Poi cadde in una mutezza triste, in un accasciamento di tutta la persona e volle sedersi. Balbettando parole incomprensibili, si sdraiò sul sedile di pietra, sotto il pergolato, e poco dopo russava. Aveva detto la verità? Nel suo cervello offuscato dai fumi del vino i fatti si erano alterati? Risette era stata davvero salvata all’ospedale da quel tentativo di soffocazione? O neppur il tentativo era avvenuto? Non ho mai avuto coraggio di accertarmene. Viosci non mi ha piú riparlato di Enrichetta, ed io mi son lusingato, per carità umana, che come tutti i proverbi, anche “In vino veritas” abbia questa volta mentito!

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