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IN BARCA di Luigi Capuana

A Jolanda

Quantunque a Catania da otto giorni, mia moglie era tuttavia sotto il gran fascino dello spettacolo del mare, nuovo per lei. A ogni po’, mentre la conducevo attorno per farle osservare chiese, monumenti, negozi, ella mi si attaccava al braccio e, con accento da bambina che vuol essere accontentata, mi sussurrava all’orecchio:
– Andiamo alla Marina?
– Ci siamo stati un’ora fa!
– Che importa? Oh, il mare! Mi sembra di non aver potuto ancora ammirarlo a bastanza. Andiamo? –
– La sentivo trasalire, sotto braccio, dal godimento anticipato che la prossima vista del mare le avrebbe prodotto. E appena ne scorgeva un lembo a traverso gli archi del viadotto e i rami degli alberi di villa Pacini, prorompeva in esclamazioni che mi facevano sorridere e già mi sembravano esagerazioni femminili. Per contradirla, allora le dicevo:
– Ecco! È sempre lo stesso: acqua, acqua, acqua!
– Non è vero. Muta di aspetto da un’ora all’altra. Un’ora fa era azzurro; ora, guarda, è cenericcio.
– Effetto della luce.
– Bravo! Grazie della spiegazione!… Ma di qui non si vede bene; andiamo laggiú, su la panchina del molo.
– Perché non usciamo in barca fuori del porto?
– Ho paura.
– Di che cosa?
– Dell’acqua. Se sopravvenisse una tempesta…
– Le tempeste non scoppiano all’improvviso.
– Se la barca si capovolgesse…
– In che modo? Le barche paion cullate dalle onde allorché il mare è tranquillo come in questo momento.
– Ho paura.
– Bada! Quando saremo andati via, rimpiangerai di non aver gustato il gran piacere di una gita in barca.
– Lo credo! – E soggiungeva: – Se si andasse con uno di quei grossi bastimenti, con un piroscafo, mi sentirei sicura; ma con queste barche che si direbbero tanti gusci di noce! Quante, in fila, là! Non sembrano grossi pesci a fior d’acqua? Si agitano, saltellano come cosa viva… Oh, su un bastimento, su un piroscafo, sí!
– Hai torto. Nelle tempeste, le barche valgono assai meglio di quei grandi legni. Quando questi stanno per affondare, passeggeri ed equipaggio si salvano, lo sai bene, su le fragili imbarcazioni. Via! Dovresti vincere cosí sciocca paura.
– Un’altra volta. Ora sta’ zitto; lasciami ammirare -.
Di cima al muraglione della panchina del molo, spalancava i begli occhi neri su la immensa distesa del Jonio scintillante di sole, e non aveva parole, non gesti per esprimere le diverse sensazioni che la invadevano in quel punto. Ed io, osservandola, le invidiavo la gioia della novità di quelle sensazioni che stentavo quasi a comprendere, abituato fin da quando ero studente, alla vista del mare, quantunque nato, come mia moglie, in cima alle rupi di Troina nell’interno della Sicilia.

La piú profonda impressione del nostro viaggio di nozze era stata per Paolina quello spettacolo; non finiva di riparlarne.
– Che cosa ti eri immaginato? – le domandavo, canzonandola un po’.
– Qualcosa di grande, d’immenso… e non sono arrivata alla realtà. Ora piú lo guardo, piú lo contemplo, e piú vi scorgo particolari che da prima mi erano sfuggiti. Tu dici: “Il mare è azzurro come il cielo che vi si riflette”. Non è vero. Il mare è di cento colori, qua azzurro, là turchino, piú in là violetto, piú in là verde chiaro, verde cupo, giallastro, grigio, bianco… di cento colori. Se non lo avessi visto, non lo avrei creduto. Ed ora che ho preso un po’ di confidenza con lui… – soggiunse finalmente una mattina.
– Ah! Ti sei decisa!
– Sí, mi sono informata dalla cameriera dell’albergo: potremmo andare in barca fino a Ognina e tornare, in poche ore, dopo aver fatto colazione colà.
– E se sopraggiungesse una tempesta?
– Non ridere di me!
– E se la barca si capovolgesse?
– Annegheremmo, abbracciati stretti… e addio!
– Sei diventata coraggiosa tutt’a un tratto?
– Avevo paura… per te. Giacché ora dici che non c’è pericolo…
La guardai maravigliato e con un vivissimo impeto di gioia; di sollievo, dovrei dire.
Io credo che il viaggio di nozze sia, spesso, la prima e la piú irrimediabile delusione della vita matrimoniale. Il passaggio dall’ideale fantasticato alla realtà è cosí brusco e cosí inatteso, che lascia un’orma profonda nell’animo, qualche cosa che forma poi l’infelicità delle due fidenti creature unitesi, forse un po’ sbadatamente, per sempre.
Appunto in quegli otto giorni di vita di albergo, io avevo ricevuto dal contegno di Paolina, se non una cattiva impressione, un senso confuso di… di… non so come esprimermi. Insomma, mi era sembrato ch’ella mancasse di tenerezza, di abbandono, e che il suo spirito fosse piú superficiale, piú fanciullesco ch’ella non avesse mai lasciato trasparire in un anno di fidanzamento e di quasi quotidiana intimità. In certi momenti, sorprendevo in fondo al mio cuore un sordo e allora inesplicabile rancore contro di lei; e me ne indignavo come di un’ingiustizia verso la bella creatura di diciotto anni che io pretendevo diversa da quella che il sesso e l’età dovevano farla.
Non ero io assai piú fanciullo e piú leggero di lei, sentendo una specie di gelosia del mare che la invasava con la sua immensità? Non ero ridicolo? – Sí, ridicolo – specialmente in quegli ultimi giorni, nell’accompagnarla alla Marina con aria annoiata, musona e nel compiacermi di punzecchiarla, di canzonarla, di non nasconderle che la sua insaziabilità cominciava a sembrarmi indegna di lei?
– Avevo paura, per te! –
Queste parole intanto erano state un’improvvisa rivelazione, soprattutto per l’accento con cui ella le aveva dette e per l’affettuosissimo sguardo con cui le aveva accompagnate.
Le presi il braccio, e poco dopo eravamo alla Marina in cerca di una barca e di un barcaiuolo che ci portasse a Ognina, come Paolina aveva progettato.

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