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UN OSSO DI MORTO di Iginio Ugo Tarchetti

È impossibile che io possa rendere qui colle parole l’angoscia delle sensazioni che provai in quel momento. Io era in preda a un panico spaventoso. Uscii da quella casa mentre gli orologi della città sonavano la mezzanotte: le vie erano deserte, i lumi delle finestre spenti, le fiamme dei fanali offuscate da un nebbione fitto e pesante – tutto mi pareva più tetro del solito. Camminai per un pezzo senza sapere dove dirigermi: un istinto più potente della mia volontà mi allontanava dalla mia abitazione. Ove attingere il coraggio di andarvi? Io avrei dovuto ricevervi in quella notte la visita di uno spettro – era un’idea da morirne, era una prevenzione troppo terribile.
Volle allora il caso che aggirandomi, non so più per qual via, mi trovassi di fronte a una bettola, su cui vidi scritto a caratteri intagliati in un’impannata, e illuminati da una fiamma interna: Vini nazionali e io dissi senz’altro a me stesso: “Entriamovi, è meglio così, e non è un cattivo rimedio; cercherò nel vino quell’ardimento che non ho più il potere di chiedere alla mia ragione”. E cacciatomi in un angolo d’una stanzaccia sotterranea domandai alcune bottiglie di vino che bevetti con avidità, benché repugnante per abitudine all’abuso di quel liquore. Ottenni l’effetto che avevo desiderato. A ogni bicchiere bevuto il mio timore svaniva sensibilmente, i miei pensieri si dilucidavano, le mie idee parevano riordinarsi, quantunque con un disordine nuovo; e a poco a poco riconquistai talmente il mio coraggio che risi meco stesso del mio terrore, e mi alzai, e mi avviai risoluto verso casa.
Giunto in stanza, un po’ barcollante pel troppo vino bevuto, accesi il lume, mi spogliai per metà, mi cacciai a precipizio nel letto, chiusi un occhio e poi l’altro, e tentai di addormentarmi. Ma era indarno. Mi sentiva assopito, irrigidito, catalettico, impotente a muovermi; le coperte mi pesavano addosso e mi avviluppavano e mi investivano come fossero di metallo fuso: e durante quell’assopimento incominciai ad avvedermi che dei fenomeni singolari si compievano intorno a me.
Dal lucignolo della candela che mi pareva avere spento, che era d’altronde una stearica pura, si sollevavano in giro delle spire di fumo sì fitte e sì nere, che raccogliendosi sotto il soffitto lo nascondevano, e assumevano apparenza di una cappa pesante di piombo: l’atmosfera della stanza, divenuta a un tratto soffocante, era impregnata di un odore simile a quello che esala dalla carne viva abbrustolita, le mie orecchie erano assordate da un brontolio incessante di cui non sapeva indovinare le cause, e la rotella che vedeva, lì, tra le mie carte, pareva muoversi e girare sulla superficie del tavolo, come in preda a convulsioni strane e violente.
Durai non so quanto tempo in quello stato: io non poteva distogliere la mia attenzione da quella rotella. I miei sensi, le mie facoltà, le mie idee, tutto era concentrato in quella vista, tutto mi attraeva a lei; io voleva sollevarmi, discendere dal letto, uscire, ma non mi era possibile; e la mia desolazione era giunta a tal grado che quasi non ebbi a provare alcuno spavento, allorché dissipatosi a un tratto il fumo emanato dal lucignolo della candela, vidi sollevarsi la tenda dell’uscio e comparire il fantasma aspettato.
Io non batteva palpebra. Avanzatosi fino alla metà della stanza, s’inchinò cortesemente e mi disse: «Io sono Pietro Mariani, e vengo a riprendere, come vi ho promesso, la mia rotella».
E poiché il terrore mi rendeva esitante a rispondergli, egli continuò con dolcezza: «Perdonerete se ho dovuto disturbarvi nel colmo della notte… in quest’ora… capisco che le è un’ora incomoda… ma…»
«Oh! Non è nulla, è nulla,» io interruppi rassicurato da tanta cortesia, «io vi debbo anzi ringraziare della vostra visita… io mi terrò sempre onorato di ricevervi nella mia casa…»
«Ve ne sono grato,» disse lo spettro, «ma desidero a ogni modo giustificarmi dell’insistenza con cui ho reclamato la mia rotella, sia presso di voi, sia presso l’egregio dottore dal quale l’avete ricevuta: osservate». E così dicendo sollevò un lembo del lenzuolo bianco in cui era avviluppato, e mostrandomi lo stinco della gamba legato al femore, per mancanza della rotella, con un nastro nero passato due o tre volte nell’apertura della fibula, fece alcuni passi per la stanza onde farmi conoscere che l’essenza di quell’osso gl’impediva di camminare liberamente.
«Tolga il cielo,» io dissi allora con accento d’uomo mortificato, «che il degno ex inserviente dell’Università di Pavia abbia a rimanere zoppicante per mia causa: ecco la vostra rotella, là, sul tavolino, prendetela, e accomodatela come potete al vostro ginocchio».
Lo spettro s’inchinò per la seconda volta in atto di ringraziamento, si slegò il nastro che gli congiungeva il femore allo stinco, lo posò sul tavolino, e presa la rotella, incominciò ad adattarla alla gamba.
«Che notizie ne recate dall’altro mondo» io chiesi allora, vedendo che la conversazione languiva, durante quella sua occupazione.
Ma egli non rispose alla mia domanda, ed esclamò con aspetto attristato: «Questa rotella è alquanto deteriorata, non ne avete fatto buon uso».
«Non credo,» io dissi, «ma forse che le altre vostre ossa sono più solide».
Egli tacque ancora, s’inchinò la terza volta per salutarmi, e quando fu sulla soglia dell’uscio, rispose chiudendone l’imposta dietro di sé: «Sentite se le altre mie ossa non sono più solide». E pronunciando queste parole percosse il pavimento col piede con tanta violenza che le pareti ne tremarono tutte; e a quel rumore mi scossi e… mi svegliai. E appena desto, intesi che era la portinaia che picchiava all’uscio e diceva: «Son io, si alzi, mi venga ad aprire».
«Mio Dio!» esclamai allora fregandomi gli occhi col rovescio della mano, «era dunque un sogno, nient’altro che un sogno! Che spavento! Sia lodato il cielo… Ma quale insensatezza! Credere allo spiritismo… ai fantasmi…»
E infilzati in fretta i calzoni, corsi ad aprire l’uscio; e poiché il freddo mi consigliava a ricacciarmi sotto le coltri, mi avvicinai al tavolino per posarvi la lettera sotto il premicarte…
Ma quale fu il mio terrore quando vi vidi sparita la rotella, e al suo posto trovai il nastro nero che vi aveva lasciato Pietro Mariani.

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