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ARGO E IL SUO PADRONE di Italo Svevo

Il dottore m’aveva esiliato lassù: Dovevo restare per un anno intero nell’alta montagna movendomi quando il tempo lo concedeva e riposare quando lo imponeva. Idea geniale che però non mi fu utile. Il movimento che l’estate aveva concesso abbondantemente non m’aveva fatto bene ed il riposo impostomi dalle prime bufere e che dapprima mi parve gradevole, fu subito eccessivo, noioso, snervante. Poi la noia mi spinse ad un’avventura con una donna del rude paese. Finì – come si vedrà – male, e alla noia s’associò un rancore per tutto il paese che doveva servirmi di medicina.
La vecchia Anna, la mia sola compagnia nella casetta riparata da una rupe, essa sì, faceva la cura intera. Talvolta dimenticava di fare il mio letto. Io la guardavo con invidia e non sapevo arrabbiarmi. Quando fingevo di perdere la pazienza essa s’indignava: «Non ho che due braccia!» gridava, e queste due braccia piccole e grassoccie andavano solo ora in attività per alzarsi al cielo in segno di protesta.
Io me ne andavo rallegrato di vedere che il riposo – per lei almeno – non era poi una cosa tanto cattiva.
Nella mia stanza da letto leggevo il giornale da capo a fondo compresi gli avvisi. Interrompevo spesso la noiosa lettura per consumare del combustibile nella stufa di ferro che tenevo sempre rossa. “Ora basterà!” mi dicevo sentendo che la temperatura era calda abbastanza, e, invece, poco dopo, abbisognando di movimento mi davo di nuovo da fare col carbone, così che poi m’era imposta (grazie al cielo!) una nuova attività: Quella di aprire la finestra eppoi, presto, di rinchiuderla quando l’aria afosa della stanza era tutta uscita a scaldare la montagna, e vi era stata sostituita di colpo da tanta umidità fredda, da obbligarmi ad un’accelerata attività intorno alla stufa. Veramente geniale l’idea di quel dottore!
Il mio cane da caccia, Argo, mi guardava con curiosità e un po’ d’ansietà temendo che la mia irrequietezza non prendesse un’altra direzione. Anche lui sapeva riposare. Era accovacciato sul soffice tappeto sul quale poggiava anche il mento piatto, e l’unica parte irrequieta del suo corpo era l’occhio. Così, certo, guardano le sogliole quando riposano in fondo al mare. E se aprivo la finestra lui s’avvicinava alla stufa e metteva nella stessa posizione il suo lungo corpo dopo di aver girato un po’ intorno a se stesso, e allorché la stanza era troppo calda egli emigrava ad un cantuccio lontano dalla stufa. Quando era riuscito a ritrovare la buona posizione emetteva un profondo sospiro. Non disturbava che quando dormiva perché russava – benché fosse ancora giovine – come una vecchia macchina sgangherata. Ebbe dei risvegli bruschi causa qualche calcio che gli allungai; ma dieci minuti dopo si era da capo ed io mi rassegnavo. In complesso quel rumore così eguale non era tanto spiacevole e, se divenivo cattivo, ciò avveniva per pura invidia.
Argo non era un personaggio molto importante neppure fra i cani. I cacciatori dicevano che non fosse di razza molto pura perché il suo corpo era un po’ troppo lungo. Tutti riconoscevano la bellezza del suo occhio vivo (anche quello troppo grande per un cane da caccia) del suo muso dal disegno preciso e della sua ampia cervice. A caccia era impulsivo; qualche giorno era aggressivo come quegli ubbriachi che aggrediscono perché portati dal loro peso. Le bastonature giovavano qualche volta ma più sovente aumentavano la sua bestialità e allora pareva un toro in una bottega di porcellane. Forse per questo suo carattere alleviò un po’ il dolore della mia sconsolata solitudine. Balordo e invadente, quando non mi faceva arrabbiare, mi faceva ridere.
Quella sera ritornavo per la quarta volta al giornale. Fuori c’era un diavoleto che chiudeva una giornata intera di maltempo. Una violenza di vento che non voleva sostare per un solo istante. Se continuava così, il giorno appresso saremmo stati tagliati fuori dal resto del mondo e a me non sarebbe stato concesso altro svago che di fare all’amore con la vecchia Anna. Ed io leggevo distratto dall’odio che sentivo aumentare nel mio animo pel dottore che mi aveva mandato quassù. Bel risultato aveva avuto da lui l’istruzione universitaria! Non avrebbe potuto dedicarsi a qualche mestiere meno dannoso?
Finalmente scopersi nel mio giornale una notizia che assorbì tutta la mia attenzione.
In Germania c’era un cane che sapeva parlare. Parlare come un uomo e con qualche poco d’intelligenza in più perché gli si domandavano persino dei consigli. Diceva delle parole difficili tedesche che io non avrei saputo pronunziare. Si poteva ridere di questa notizia ma non si poteva sorvolarla. Intanto non era una cosa che la valle raccontava alla montagna – come tutte le notizie politiche e sociali – tanto per ciarlare visto che la montagna non c’entrava per nulla. Era una notizia che concerneva me quanto le persone vive laggiù.
Non so se io, colpito, mi sia mosso, ma, a mia sorpresa, Argo alzò la testa dal tappeto e mi guardò. Aveva sentita anche lui la notizia che lo riguardava? Lo guardai anch’io e nel mio occhio doveva esserci per lui un’espressione tanto nuova che, inquieto, si rizzò sulle gambe anteriori per studiarmi meglio. Stornò subito il suo davanti al mio occhio inquisitore con quella vigliaccheria che c’è nello sguardo del cane, l’unico segno che la sua sincerità è meno intera di quanto si supponga. Ritornò a me e, battendo ora un occhio ora l’altro – movimento tanto comico perché si deve supporre che lo stupido animale alterni quel movimento per evitare di restar cieco anche per un solo istante – tentò di sostenere il mio sguardo. Poi, ipocritamente, guardò intento verso un canto della stanza ove non c’era nulla da vedere. Infine trovò una linea di mezzo fra me e il cantuccio così che poteva sorvegliarmi senz’affrontarmi.
La notizia del giornale m’aveva liberato da ogni noia. Sottolineata e confermata dalla pantomima di Argo non potevo più dubitarne: La notizia era vera. Argo sapeva parlare e taceva per sola ostinazione. Abbandonai il giornale che non conteneva altro che potesse interessarmi e addirittura mi gettai all’educazione di Argo.
Ebbi subito il sentimento di dare della testa nel muro. Lo stupido animale vedendosi aggredire da gesti e suoni, raccolse tutto il suo sapere e mi porse la zampa! Una, due, venti volte! Aveva intuito che gli si domandava di far mostra di quello che sapeva e porgeva la zampa! La dava sempre col medesimo gesto ampio. Doveva, per diventare umano, dimenticare il gesto del cane addomesticato al quale s’era arrestato come all’estremo limite della sua educazione.
Già quella prima sera perdetti la pazienza. Argo andò alla cuccia con la coda fra le gambe ma tuttavia posso dire che il suo stato era meno miserevole del mio. A letto ritornai alle insolenze al lontano dottore. Dovevo lasciare in pace il povero cane che non era la colpa del mio esilio.

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