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I RICORDI DEL CAPITANO D’ARCE di Giovanni Verga

D’Arce riempì di nuovo il bicchiere, sforzandosi di mostrarsi disinvolto, ripreso, suo malgrado, dalla commozione di quei ricordi.
La vedo ancora, seduta su quel canapè basso e largo come un letto. Aveva delle calze di seta nera, delle calze terribili, amici miei, sotto quel vestito bianco, tanto che ella se ne accorse, e ritirò adagio adagio i piedini, facendosi rossa. Proprio una bambina, vi dico! civetta, innocente nella sua civetteria come l’aveva fatta sua madre, e con una paura del marito, in quel momento, che le faceva tendere l’orecchio e troncare il discorso di tratto in tratto. Anch’io mi sentivo assai sconvolto… Allora scappammo a parlare tutti e due in una volta, come cavalli spaventati, battendo la campagna, con una vivacità che voleva sembrar sincera. – Io non avevo voluto partire senza andare a salutarla. – Essa non aveva voluto lasciarmi partire senza dirmi addio. – Partire, lasciarsi… – In fondo a ogni parola c’era sempre quella nota, sempre quel tono triste, in sordina, in note tenute, in tutte le note, all’infuori della tua, mio povero Alvise, che dormivi lealmente fra i due guanciali della tua felicità o piuttosto che perdevi al Circolo, in quel momento stesso, lieto del proverbio che lusingava il tuo amor proprio. – E le nostre parole dicevan tutt’altro, dicevano tutt’al più di viaggi e paesi lontani, di orizzonti sconosciuti, o delle memorie che si portano via, e dei luoghi cari che non si vorrebbero lasciare… – Felice lei che andrà così lontano, per tanto mare, per tanto mondo! Come vorrei volare anch’io, come vorrei venire! – Felice lei piuttosto, che rimane in questa città di cui il cuore porta via tanti ricordi… in questo nido di cui gli occhi non si saziano di baciare ogni angolo e ogni cosa!… – Questo dicevano i sorrisi vaghi, gli occhi umidi, erranti per quel salotto di cui tu conosci ogni gingillo, di cui ogni gingillo ha contato le tue ore felici, fortunato Alvise! – voi! – voi! – voi! – Ma non una parola d’amore, torno a dirvi. S’indovinava, era sottinteso, in ogni sillaba, in ogni frase, discorrendo di amici e di conoscenti… anche di Alvise – ella per provarmi ch’era lontano, tanto lontano dal suo salotto e dal suo pensiero! – io per rallegrarmi della sua assenza – per rallegrarcene intimamente tutt’e due, come eravamo lieti dell’assenza del Comandante… il quale però avrebbe potuto ascoltare tutto ciò che si diceva, lei ed io, senza dover snudare il brando, senza che l’angelo custode della sua casa avesse avuto motivo di tapparsi le orecchie.
In quella squillò di nuovo il campanello dell’anticamera, forte, improvviso, minaccioso: una scampanellata da padrone, di quelle scampanellate che vi pigliano pei capelli, e vi fanno saltare in aria. Ella impallidì visibilmente, e s’alzò di botto, come fuori di sé, agitando istintivamente la mano in un gesto vago. E tutto a un tratto mi si abbandonò fra le braccia, quasi stesse per svenire, cogli occhi smarriti, il seno palpitante… balbettando: – lui! lui! –
Proprio lui che l’aveva voluto, non è vero? Una povera donna il più delle volte si butta nel precipizio pel timore dell’abisso! Non ascoltava più, non capiva più che così facendo si accusava della colpa di cui eravamo innocenti… Innocenti dinanzi agli uomini e dinanzi a Dio! Essa era caduta come una morta sul canapè, fissando gli occhi spaventati sull’uscio, quasi aspettando di veder comparire di momento in momento il suo giudice e il suo giustiziere… Aspettai anch’io, in piedi, abbottonandomi macchinalmente l’uniforme, come si aspetta in un duello la pistolettata dell’avversario… cinque minuti… dieci… un’eternità. Nulla, non era stato nulla. La cameriera venne a dire poco dopo che eran venuti a cercare il padrone per un affare di servizio.
Accidenti al servizio! La povera signora mi sfuggì di mano come un’anguilla, e non volle più saperne di ripigliare il duetto, proprio quando avevo tante altre cose da dirle, quando il suo viso pallido e i suoi occhi stralunati mi davano le vertigini, mentre respingevami colle mani tremanti, balbettando: – Andatevene! andatevene!… –
Soltanto mi dava del voi; mi dava le mani tremanti e gli occhi che si smarrivano nei miei, bramosi e spaventati…
Nient’altro, amici miei… Una donna che ha paura, capite… La paura me l’aveva data un momento e la paura me la ritolse.

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