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UN GRIDO NELLA NOTTE di Grazia Deledda

Diventò un’altra, sì! Non più feste, non più allegria; ella sognava il morto, e alla notte udiva grida disperate e correva fuori e cercava tremando. Invano io le dicevo:
“Franzisca, ascoltami: sono stato io quella notte a gridare, per provare se ti spaventavi. Un caso disgraziato ha voluto che nella stessa notte accadesse il delitto: ma l’infelice non ha gridato e tu non hai da rimproverati nulla”.
Ma ella s’era fissata in mente quell’idea, e deperiva, sebbene per farmi piacere fingesse di credere alle mie parole, e non parlasse più del morto. Così passò un anno; ero io adesso a volerla condurre alle feste e a divagarla. Una volta, due anni circa dopo la notte del grido, la condussi alla festa dei Santi Cosimu e Damianu, dove una famiglia amica ci invitò a passare qualche giornata assieme. La sera della festa ci trovavamo tutti nello spiazzo davanti alla chiesetta. Era agli ultimi di settembre ma sembrava d’estate, la luna illuminava i boschi e le montagne, e la gente ballava e cantava attorno ai fuochi accesi in segno d’allegria. A un tratto mia moglie sparì ed io credetti ch’ella fosse andata a coricarsi, quando la vidi uscir correndo di chiesa, spaventata come una sonnambula che si sia svegliata durante una delle sue escursioni notturne.
“Franzisca, agnello mio, che è stato, che è stato?”.
Ella tremava, appoggiata al mio petto, e volgeva il viso indietro, guardando verso la porta della chiesa.
La trascinai dentro la capanna, l’adagiai sul giaciglio, e solo allora ella mi raccontò che era entrata nella chiesetta per pregare pace all’anima del povero Anghelu Pinna quando a un tratto, uscite di chiesa alcune donnicciuole di Mamoiada, si trovò sola, inginocchiata sui gradini ai piedi dell’altare.
“Rimasi sola – ella raccontava con voce ansante, aggrappandosi a me come una bambina colta da spavento. – Continuai a pregare, ma all’improvviso sentii un susurro come di vento e un fruscio di passi. Mi volsi, e nella penombra, in mezzo alla chiesa, vidi un cerchio di persone che ballavano tenendosi per mano, senza canti, senza rumore; erano quasi tutti vestiti in costume, uomini e donne, ma non avevano testa. Erano i morti, maritino mio, i morti che ballavano! Mi alzai per fuggire, ma fui presa in mezzo: due mani magre e fredde strinsero le mie… ed io dovetti ballare, maritino mio, ballare con loro. Invano pregavo e mormoravo:
Santu Cosimu abbocadu,
Ogademinche dae mesu…
quelli continuavano a trascinarmi ed io continuavo a ballare. A un tratto il mio ballerino di destra si curvò su di me, e sebbene egli non avesse testa, io sentii distintamente queste parole:
– Lo vedi, Franzì? Anche tu non hai badato al mio grido!
Era lui, marito mio, il malcapitato fanciullo. Da quel momento non ci vidi più. – Ecco il momento, – pensavo, – adesso mi trascinano all’inferno. È giusto, è giusto, – pensavo, – perché io vivevo senza amore del prossimo e non ho ascoltato il grido di chi moriva -. Eppure sentivo una forza straordinaria; mentre, continuando a ballare, sfioravamo la porta, riuscii a torcere fra le mie le mani dei due fantasmi e mi liberai e fuggii; ma Anghelu Pinna mi rincorse fino alla porta e tentò di afferrarmi ancora: egli però non poteva metter piedi fuori del limitare, mentre io l’avevo già varcato. Il lembo della mia tunica gli era rimasto in mano; per liberarmi io slacciai la tunica, gliela lasciai e fuggii. Marito mio bello, io muoio… io muoio… Quando sarò morta ricordati di far celebrare tre messe per me e tre per il povero Anghelu Pinna… E va a guardare se trovi la mia tunica, prima che i morti me l’abbiano ridotta in lana scardassata”.
Sì, uccellini, – concluse il vecchio zio Taneddu, – mia moglie delirava; aveva la febbre, e non stette più bene e morì dopo qualche mese, convinta di aver ballato coi morti, come spesso si sente a raccontare: e, cosa curiosa, un giorno un pastore trovò davanti alla porta di San Cosimo un mucchio di lana scardassata, e molte donne credono ancora che quella fosse la lana della tunica di mia moglie, ridotta così dai morti.
Sì, ragazzini, che state lì ad ascoltarmi con occhi come lanterne accese, il fatto è stato questo: e quel che è più curioso, sì, ve lo voglio dire, è che il grido lo feci io davvero, quella notte, per provare se mia moglie era indifferente com’essa affermava. Quando essa fu morta feci dire le messe, ma pensavo anch’io: se non gridavo, quella notte malaugurata, mia moglie non moriva. E mi maledicevo, e gridavo a me stesso: che la giustizia t’incanti, che i corvi ti pilucchino gli occhi come due acini d’uva, va alla forca, Sebastiano Pintore, tu hai fatto morir tua moglie…
Ma poi tutto passò: dovevo morire anch’io? Eh, fratelli miei, ragazzini miei, e tu, occhi di lucciola, Grassiedd’Elé, che ne dite? Non ero una donnicciuola, io, e d’altronde morrò lo stesso, quando zio Cristo Signore Nostro comanda…

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