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ANCORA MAGIE di Grazia Deledda

Zio Salvatore, il nostro vecchio fattore, cominciò:

– Figlioli miei, io non sono stato sempre agricoltore: ero nato per diventare qualcosa di grande, prete almeno, ma i casi e l’estrema povertà della mia buona mamma, non lo permisero. Tuttavia durante la mia fanciullezza feci il sagrestano nella nostra chiesetta di San Giuliano, e solo allorché, smessa ogni vocazione religiosa, pensai di ammogliarmi, mi scossi via il profumo d’incenso e di cera che esalava dalle mie vesti, e, vestitemi le ghette mi posi a lavorare la terra. Sentite dunque: era l’ultimo anno della mia… segrestania e ne contavo già ventidue.
Una sera di novembre, all’imbrunire, me ne stavo seduto al di fuori della nostra casetta, sul carro di un vicino, e guardavo in fondo alla via. Siccome faceva freddo nessuno si degnava tenermi compagnia, e anch’io, certo se non fossi stato spinto da un forte motivo, non sarei rimasto là. Vedevo i monti, già coperti di neve, tutti velati di nebbia, sentivo giù dal cielo fosco stillare un’umidità gelata che trapassava il mio cappotto, e il vento freddo m’imporporava il naso, eppure non mi muovevo. Il campanile nero di San Giuliano, facendo di tanto in tanto capolino fra la nebbia e le tinte fosche dell’imbrunire, mi avvertiva esser l’ora di recarmi a sonar l’ave, eppure io restavo là duro, stecchito, immemore del mio dovere. Ciò che più mi tentava era l’allegro schioppettare del fuoco, dentro, nella nostra cucinetta calda ove mamma preparava un buon minestrone di fagiuoli con cavoli, un vero lusso sapete, aizzando ogni tanto con la sua voce tremula l’asinello che funzionava ancora, monotono e lento, intorno alla macina in un angolo della cucina. Guardavo ogni tanto il tetto basso e umido che fumava e il pensiero del buon fuoco accresceva il mio freddo, pure non mi muovevo, come fossi incantato. Ah, sì, ero proprio incantato. Un’ora prima, all’uscita della novena, Graziarosa, mi aveva detto con mistero:
“Compare Batò, devo parlarvi: attendetemi fra un’ora davanti a casa vostra”. Graziarosa parlarmi, darmi un convegno! Era una cosa che io non sognavo neppure: perché dovete sapere che, innamorato pazzo di lei, lei non mi aveva mai voluto ascoltare, anzi mi derideva chiamandomi: compare campanile! Come soffrivo Dio Santo! Graziarosa si credeva un gran che perché serviva in casa del Sindaco, il più ricco signore del paese, e accompagnava la padroncina Donna Daniela, a passeggio; era una bella ragazza, Graziarosa, con gli occhi verdi, e io ne andavo pazzo: ma lei non mi dava uno sguardo, anzi pretendeva di maritarsi con un signore! Figuratevi però che signore! Uno che avesse pantaloni, ecco, talché io, esasperato, quando lo seppi, le cantai persino sotto la sua finestra, una canzone infame:

Teracas chi signoras bos cheries…

Essa minacciò di farmi bastonare da suo fratello: io stavo per farle comporre una poesia scandalosa da un poeta che scriveva così canzoni per l’uno e per l’altro mediante la ricompensa di sette pezzas [2], allorché mi diede il convegno, con buona grazia e chiamandomi insolitamente col mio vero nome.
Ecco perché, io che, ben potete figurarvi, l’amavo sempre, me ne stavo quella sera al fresco, trangugiandomi la nebbia e col naso rosso…
Come Dio volle Graziarosa arrivò: ritornava dalla fonte, le mani avvolte nel grembiale e il viso livido dal freddo. Appena la vidi mi alzai di scatto e le andai incontro palpitando e mormorando:
“Che diavolo! Vi attendo da due ore, sapete. Ed ho da suonar l’ave!”.
Un sorriso beffardo le increspò le labbra: depose l’anfora su un muricciuolo e mi rispose, guardandosi attorno: “Altro che ave, compare mio! Si tratta di scudi. Volete guadagnarvene venti?…”.
La fissai bene, e pensai: “A che vuol concludere?”. Anch’io mi guardai attorno, ricordandomi la sua minaccia, e dubitando che il fratello fosse là dietro il muro, ma non vidi nessuno. Solo a venti passi la mia casetta nera, fra la nebbia invadente e il crosciare minimo della nostra macina mossa dall’asinello, Graziarosa si accorse della mia… stavo per dire paura.
“Su, – disse, facendosi seria, – non state a fare il matto. Non ho tempo da perdere. Ditemi se volete guadagnarvi venti scudi…”.
Assicuratomi che parlava sul serio e visto che potevo fare il galante senza correre alcun pericolo cominciai a far gli occhi languidi imbambolati, e risposi: “Comare Graziarò, se dite davvero, e se si tratta di farvi un piacere, parlate pure subito… Già, lo sapete, io sono pronto a gettarmi nel fuoco per voi: purché mi vogliate un po’ di bene, io, senz’altra ricompensa, vado all’inferno…”.
“Ufh!… – esclamò la ragazza fissandomi. – Siete un fanfarone! E non che andare all’inferno, ma scommetto che non mi farete punto il piacere che vi chiedo, che è poi per altri… Vi sono cento lire per me e cento per voi, senza contare l’amore che d’ora innanzi vi porterò…”.
Queste ultime parole mi entusiasmarono tanto che, non sapendo come meglio ringraziare Graziarosa, cercai farle qualche carezza, sembrandomi già di aver qualche dritto su di lei. Ma essa diede indietro dicendo: “Abbasso le mani, compà, o vi piglio a schiaffi… ohé!”.
Brutto prologo del suo promesso amore! Siccome la notte avanzava e il vento strideva più forte fra la nebbia, Graziarosa proseguì:
“Stanotte di certo la padrona mi manda via… E donna eh, da perdonarmi! Dunque facciamo presto. Prima però di dirvi di che si tratta bisogna mi giuriate che non svelerete mai nulla, acconsentiate o no, né che mai pronunzierete il nome mio se narrate questo fatto!”. Io, appunto perché sapevo che avrei fatto il contrario, conoscendo bene il mio carattere, proferii i più orribili giuramenti. Allora Graziarosa, a voce sommessa, mi fé noto ciò che voleva: era qualcosa di orrendo per me. Si trattava nientedimeno che di darle, mediante la sopradetta ricompensa di venti scudi e il suo futuro amore, un po’ di olio santo!…
Diventai pallido nel pensare che mi credevano capace di tanto: tremai tutto allorché sentii che l’olio santo doveva servire per una magia; ma per quante preghiere facessi, Graziarosa non volle dirmi che sorta di magia fosse e per chi servisse. Naturalmente negai, con orrore e terrore, compiere questo sacrilegio, per quanto mi tentasse sempre la strana promessa dell’amore di Graziarosa e un pochino anche i cento franchi. Oh, avere cento franchi e saldare con essi l’unico debito che aveva la mamma sin dal tempo in cui era morto il babbo! Cento franchi! Erano per me un sogno, grande quanto quelli che mi dava la disperata passione per Graziarosa, ma averli a quel prezzo! Prima mi fossero piombati cento fulmini! Avrei ucciso meglio un uomo! E lo dissi francamente alla ragazza.

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