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LA TRAPPOLA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Una trappola infame! Se l’avessi veduta… Una madonnina. Timida, umile. Appena mi vedeva, chinava gli occhi e arrossiva. Perché sapeva che io, altrimenti, non ci sarei mai cascato.
Veniva qua, per mettere in pratica una delle sette opere corporali di misericordia: visitare gl’infermi. Per mio padre, veniva; non già per me; veniva per aiutare la mia vecchia governante a curare, a ripulire il mio povero padre, di là…
Stava qui, nel quartierino accanto, e s’era fatta amica della mia governante, con la quale si lagnava del marito imbecille, che sempre la rimbrottava di non esser buona a dargli un figliuolo.
Ma capisci com’è? Quando uno comincia a irrigidirsi, a non potersi più muovere come prima, vuol vedersi attorno altri piccoli morti, teneri teneri, che si muovano ancora, come si moveva lui quand’era tenero tenero; altri piccoli morti che gli somiglino e facciano tutti quegli attucci che lui non può più fare.
È uno spasso lavar la faccia ai piccoli morti, che non sanno ancora d’esser presi in trappola, e pettinarli e portarseli a spassino.
Dunque, veniva qua.
– Mi figuro, – diceva con gli occhi bassi, arrossendo, – mi figuro che strazio dev’esser per lei, signor Fabrizio, vedere il padre da tanti anni in questo stato!
– Sissignora, – le rispondevo io sgarbatamente, e le voltavo le spalle e me n’andavo.
Sono sicuro, adesso, che appena voltavo le spalle per andarmene, lei rideva, tra sé, mordendosi il labbro per trattenere la risata.
Io me n’andavo perché, mio malgrado, sentivo d’ammirar quella femmina, non già per la sua bellezza (era bellissima, e tanto più seducente, quanto più mostrava per modestia di non tenere in alcun pregio la sua bellezza); la ammiravo, perché non dava al marito la soddisfazione di mettere in trappola un altro infelice.
Credevo che fosse lei; e invece, no; non mancava per lei; mancava per quell’imbecille. E lei lo sapeva, o almeno, se non proprio la certezza, doveva averne il sospetto. Perciò rideva; di me, di me rideva, di me che l’ammiravo per quella sua presunta incapacità. Rideva in silenzio, nel suo cuore malvagio, e aspettava. Finché una sera…
Fu qua, in questa stanza.
Ero al bujo. Sai che mi piace veder morire il giorno ai vetri d’una finestra e lasciarmi prendere e avviluppare a poco a poco dalla tenebra, e pensare: – «Non ci sono più!» pensare: – «Se ci fosse uno in questa stanza, si alzerebbe e accenderebbe un lume. Io non accendo il lume, perché non ci sono più. Sono come le seggiole di questa stanza, come il tavolino, le tende, l’armadio, il divano, che non hanno bisogno di lume e non sanno e non vedono che io sono qua. Io voglio essere come loro, e non vedermi e dimenticare di esser qua».
Dunque, ero al bujo. Ella entrò di là, in punta di piedi, dalla camera di mio padre, ove aveva lasciato acceso un lumino da notte, il cui barlume si soffuse appena appena nella tenebra quasi senza diradarla, a traverso lo spiraglio dell’uscio.
Io non la vidi; non vidi che mi veniva addosso. Forse non mi vide neanche lei. All’urto, gittò un grido; finse di svenire, tra le mie braccia, sul mio petto. Chinai il viso; la mia guancia sfiorò la guancia di lei; sentii vicino l’ardore della sua bocca anelante, e…
Mi riscosse, alla fine, la sua risata. Una risata diabolica. L’ho qua ancora, negli orecchi! Rise, rise, scappando, la malvagia! Rise della trappola che mi aveva teso con la sua modestia; rise della mia ferocia: e d’altro rise, che seppi dopo.
È andata via, da tre mesi, col marito promosso professor di liceo in Sardegna.
Vengono a tempo certe promozioni.
Io non vedrò il mio rimorso. Non lo vedrò. Ma ho la tentazione, in certi momenti, di correre a raggiungere quella malvagia e di strozzarla prima che metta in trappola quell’infelice cavato così a tradimento da me.
Amico mio, sono contento di non aver conosciuto mia madre. Forse, se l’avessi conosciuta, questo sentimento feroce non sarebbe nato in me. Ma dacché m’è nato, sono contento di non aver conosciuto mia madre.
Vieni, vieni; entra qua con me, in quest’altra stanza. Guarda!
Questo è mio padre.
Da sette anni, sta lì. Non è più niente. Due occhi che piangono; una bocca che mangia. Non parla, non ode, non si muove più. Mangia e piange. Mangia imboccato; piange da solo; senza ragione; o forse perché c’è ancora qualche cosa in lui, un ultimo resto che, pur avendo da settantasei anni principiato a morire, non vuole ancora finire.
Non ti sembra atroce restar così, per un punto solo, ancora preso nella trappola, senza potersi liberare?
Egli non può pensare a suo padre che lo fissò settantasei anni addietro per questa morte, la quale tarda così spaventosamente a compirsi. Ma io, io posso pensare a lui; e penso che sono un germe di quest’uomo che non si muove più; che se sono intrappolato in questo tempo e non in un altro, lo debbo a lui!
Piange, vedi? Piange sempre così… e fa piangere anche me! Forse vuol essere liberato. Lo libererò, qualche sera, insieme con me. Ora comincia a far freddo; accenderemo, una di queste sere, un po’ di fuoco… Se ne vuoi profittare…
No, eh? Mi ringrazii? Sì, sì, andiamo fuori, andiamo fuori, amico mio. Vedo che tu hai bisogno di rivedere il sole, per via.


Riassunto:
La novella La Trappola si svolge sotto forma di dialogo interiore del protagonista, Fabrizio, che si sente in trappola in quanto convinto che la vita sia in fin dei conti una beffa, dal momento che tutto quello che la riguarda ha un termine e tutto porta infine alla morte.

E’ convinto che qualsiasi cosa porti infelicità e che le donne siano in particolare da condannare perché seducono l’uomo per procreare altri esseri che saranno inevitabilmente infelici e che dovranno a loro volta morire. Anche Fabrizio cade nella trappola di una donna che, non riuscendo ad avere un figlio dal proprio marito, lo seduce, riesce a restare incinta e poi lo abbandona per tornare con il proprio marito.

Fabrizio rimane così da solo e con il dovere di accudire il proprio padre malato e paralitico, condannato all’infelicità dal suo proprio padre, il nonno di Fabrizio, che lo mise alla luce settantasei anni prima.

Secondo Fabrizio non bisognerebbe quindi più procreare degli infelici.

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