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LUCE di Giovanni Leone

Estate o inverno non fa nessuna differenza per Maria Luce. È sempre lì, seduta fuori dal basso, sotto la piccola tettoia in plexiglass. I suoi occhi neri vagabondano nel vicolo, alla ricerca di una scintilla, una briciola di ragione per ritornare nella tribù dei normali. Riccioli corvini incorniciano un viso candido, di un biancore altero che solo la città matrigna sa partorire. Il calendario segna otto anni, ma da cinque la bambina ha smesso di crescere e di parlare. Le mani non sono più capaci di afferrare un giocattolo o una posata. E i pensieri non cullano sogni o desideri.
«Ma che tene ’sta piccerella?».
«’O professore do’ Policlinico ha detto che è una malattia rara assai» è l’ostentata risposta della madre.
Anna ha quarantatré anni, quattro figli, un marito in galera per estorsione, uno sguardo da pantera affamata, un rancore primordiale tatuato sul cuore e una cicatrice sul ventre, ricordo di quando scaraventò al mondo Luce, l’ultima nata in casa Coppola. A volte, i giorni dell’ignoranza s’impossessano della mente, di quando le urlava: «Parla! ’A vocca è fatta pe’ parlà!», ricevendo in risposta lo sguardo assente della piccola. Ma quei pensieri arroganti, Anna li ricaccia in fondo al petto, nel posto più buio della coscienza.
«Signora, è un caso difficile», aveva sibilato il dottore, «in una città come questa se ne vede uno ogni 10 anni».
«Comme aggia fa’! Comme aggia fa’!».
«La deve amare ancora di più. Pensi a lei come a un dono, un regalo».
«Eh sì, ora devo pure ringraziare la Madonna… ma che cazzo dice, dottò».
Quando uscì dall’ospedale, stringendo al petto quel gracile omaggio del cielo, Anna non trattenne una lacrima ribelle. E mentre quella goccia di dolore trovò riparò tra le labbra, la donna prese la sua decisione: a chiagnere ’o muorto so’ lacrime perse.
Da quel giorno, Luce viene lavata, pettinata, vestita e posteggiata fuori dalla porta d’ingresso, sul palcoscenico del vicolo. Come un vaso bucato, la bambina accoglie immagini e suoni. Tutti la conoscono e tutti le parlano, quasi a voler scovare un segno di reazione, un fonema, una briciola di miracolo. Ma la piccola offre solo l’irrequieto intreccio delle dita, come in una supplica perenne. Eppure, lo sguardo segue ogni accadimento di quel budello metropolitano. Si posò sulla lama che Vincenzo, il figlio sedicenne di Sasà ’o mammone, piantò nella coscia di Liviana, all’anagrafe Maurizio. Gli ordini di papà non si discutevano: per battere in via Marina la tariffa andava rispettata.
I piccoli occhi scortarono la potente motocicletta, a bordo Luciano e Alessio Ingenito, dall’imbocco del vicolo fino alla salumeria di Gegè Maisto. Una tempesta di proiettili e formaggio e pane si tinsero di rosso.
Un’occhiata malinconica accarezzò le mani del fratello maggiore, quando le nascose un pacchetto nel giubbino, poco prima dell’arrivo della volante.
«Siamo persone brave, oneste e faticatrici» abbaiò Anna, rivolta agli agenti.
«Tenimme solo guai» e indicò la piccola.
«Pecchè, che tene ‘sta piccerella?».
«Nun parla, nun arragiona. ’O professore do’ Policlinico ha detto che è una malattia rara assai».
La donna ripeté la medesima frase anche nel parlatorio del carcere di Secondigliano. Michele, il marito, ascoltò in silenzio, con la mano destra sul mento e con gli occhi nella scollatura della moglie. Dopo aver perlustrato i monti e le valli della consorte, l’uomo decise che era il momento del buonsenso e disse: «Chi nasce sfortunato ’o piglia pure assettato».
Anna assentì poco convinta, cercando in fondo alla memoria il motivo di tanta devozione coniugale. Sulla strada del ritorno, l’indagine continuò. A piazza Cavour, pensò di aver scovato un indizio. Lungo via Roma, i ricordi smisero di balbettare. All’imbocco del vicolo era tutto chiaro: Michè, vaffanculo!
Un tempo, lei, granitica femmina vesuviana, non avrebbe partorito una simile reazione. Sin da piccola, le avevano insegnato che il proprio uomo andava rispettato. Ma la devozione incondizionata non è sempre consanguinea di un sentimento intenso e profondo.
Ora Anna lo sapeva.
Dopo quattro gravidanze, cento tormenti per uno sposo scaduto, mille e uno sofferenze per tre figli maschi, degni del padre, un milione di artifici per tenere insieme il mosaico, un miliardo di Ma che tene ’sta piccerella?, la donna avrebbe dato la vita per un solo sì di Maria Luce, sputata dal cielo nell’inferno di un vicolo, condannata all’inquieto intreccio delle dita, ad una preghiera senza grazia, a riempirsi gli occhi di orrori e i polmoni di smog. Un semplice sì, anche sussurrato, confuso nel vociare della metropoli, sarebbe stato l’inno della rivalsa, del risarcimento, del ritorno alla normalità, all’indistruttibile tempra di femmina.
Quel giorno, al rientro dal carcere, Anna s’inginocchiò dinanzi a Luce, nello sciamare assordante di quella ruga chiamata strada.
«A vuo’ bene ’a mammà? Lucì, rispunne. A vuo’ bene ’a mammà?».
La bambina incastrò lo sguardo malinconico nei grandi occhi castani della madre.
«Lucì. A vuo’ bene ’a mammà?».
Le piccole dita regalarono il solito intreccio e la domanda si sbriciolò sull’asfalto.
Forse, con un quesito più semplice, terra terra, avrebbe donato la sospirata reazione, magari in maniera istintiva.
La donna riprovò.
«Lucì, tiene famme ’a mammà?».
Il secondo punto interrogativo, come un fiocco di neve, galleggiò per qualche istante nell’aria, dinanzi alle labbra di Anna, prima di lasciarsi trafiggere dal silenzio di Maria Luce.
Voci e rumori cominciarono la ritirata. Le lancette del vicolo segnavano l’ora di pranzo. Una zaffata di cipolla soffritta scrisse la parola fine alla voglia di prodigio.
«Che domande! Certo che tieni famme!».
La donna strinse le dita intrecciate della piccola.
«Trasimme, e ce lavamme ’e mane». E con un filo di voce aggiunse: «Pecchè ’a pulizia, Lucì, è ’a primma cosa».

Racconto di Giovanni Leone, concorso letterario 2013 Squarciare i silenzi

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