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IL BASTONE CON L’IMPUGNATURA D’ARGENTO A FORMA DI TESTA DI LUPO di Caterina Cafarella Pria

Era ormai qualche ora che viaggiava e gli sembrava un’eternità. Il suono, regolare e attutito degli zoccoli dei cavalli sulla terra battuta coperta dalle foglie cadute dagli alberi di fine ottobre delle strade di collina, lo aveva accompagnato, senza distrarlo, dagli eventi poche ore avanti accaduti.

La delicata catenella d’argento brillò alla luce della luna quasi piena che, di tanto in tanto, spuntava dalle nuvole che giocavano a rincorrersi veloci nel cielo. Tintinnò quando estrasse l’orologio dal taschino del panciotto e, come già aveva fatto innumerevoli volte durante il viaggio, fissò il quadrante nero. Il buio della notte tenne nascosta l’ora. Si allentò la cravatta e aprì il finestrino. Aveva bisogno di aria.

Stavano percorrendo una discesa. Il cocchiere diminuì il passo ai cavalli che protestarono scuotendo la testa. Sembrava volessero lanciarsi pazzamente in una sfrenata corsa che gli avrebbe donato, forse, la felicità di un istante di libertà. Tenendo fermamente le briglia si volto con aria seria e disse:

“Siamo al Colosso, Signore.”

L’uomo seduto in carrozza guardò attraverso il finestrino appannato alla sua destra. Un’immensa ombra scura si stagliava verso il cielo. Ricordava la grande mano alzata nella benedizione, l’enorme libro che tanta impressione gli aveva fatto la volta in cui si era fermato ad osservarlo da vicino. E l’espressione bonaria del viso, quella la ricordava bene, anche se ora, non riusciva a distinguerla.

“Siamo arrivati.” Pensò.

La carrozza proseguì. Si arrestò dolcemente poco dopo facendo dondolare i due lumi ad olio posti davanti. Scese con cautela dal predellino, indossò tuba e mantello e si fermò davanti alla cancellata chiusa. Si voltò e con tono gentile ma stanco si rivolse al cocchiere:

“Occupati dei cavalli, falli riposare, dagli fieno e acqua. Riposati anche tu. Tra qualche ora ripartiamo.”

Questi fece solo un cenno con la testa e proseguì.

Si trovò così, solo, nel buio della notte. La luna era scomparsa inghiottita dalle nuvole. Esitò. Appoggiò stancamente entrambe le mani sul freddo metallo quasi volesse sostenersi e questo, gli restituì un brivido di gelo che gli corse lungo tutta la schiena. Una civetta cantò solitaria risvegliandolo dai suoi pensieri. Respirò profondamente e finalmente spinse con delicatezza e varcò la soglia camminando verso l’ampio giardino. La ghiaia scricchiolava sotto alle eleganti scarpe di cui, solo ora, ne comprendeva la vacuità.

La notte lo avvolgeva completamente. Urtò un vaso di fiori. Senza poterlo vedere intese dal profumo che si trattava di camelie bianche. Una uguale l’aveva all’occhiello della giacca dal taglio perfetto che indossava. Profumava ancora benché donatagli molte ore addietro da una donna dal sorriso carico di promesse. Alzò gli occhi e sulla lunga balconata vide che, ad una delle finestre, brillava un tenue lumicino. Si rinfrancò e percorse la distanza che ancora lo separava dalla porta d’ingresso.

Cercò a tentoni la campanella appesa al muro e suonò. Il vento fischiava e faceva volteggiare le foglie secche quasi che queste stessero danzando al suono della sua melodia. Trattenne il respiro e attese. Nessun rumore proveniva dalla Cascina. Imbarazzato per l’ora tarda, suonò ancora la campanella, questa volta con più energia. Al piano superiore, si sentì un po’ di trambusto, un parlottio e finalmente una porta di aprì sul ballatoio facendogli scorgere un’ombra che si sporgeva dalla ringhiera di legno.

“Chi siete? Di cosa avete bisogno a quest’ora?”

La voce di donna, che gli aveva indirizzato le domande, pareva preoccupata. La luce della lampada ad olio, che sporgeva con tutto il braccio per poterlo vedere, tremava e non riusciva a dissipare l’oscurità. Lui fece due passi indietro e si presentò.

“Devo far riposare i cavalli per ripartire tra qualche ora.” disse “Abbiate la gentilezza di farmi entrare ed avrete tutta la mia gratitudine.”

La donna si ritirò, chiuse la porta e pochi minuti dopo ricomparve alla porta d’ingresso. Lui non si mosse da dove si trovava. Non voleva spaventarla. Lei gli chiese di avvicinarsi per poterlo vedere meglio. Il vento faceva volare il mantello senza posa. Teneva la tuba in testa assicurandola con una mano. Nell’altra, un bastone dall’impugnatura d’argento lavorata finemente a forma di testa di lupo. Era abituata a vedere gente che arrivava e partiva dalla sua locanda ed aveva affinato il già straordinario spirito di osservazione che aveva di natura. Quest’ultimo particolare la convinse infine che si trattava certamente di un nobile signore e non di uno dei soliti ubriachi sfaccendati che, a volte, facevano nottata e si divertivano a disturbare gli abitanti del posto.

“Prego, entrate. C’è un vento freddo e impetuoso questa notte.” disse la donna

Questa si fece da parte per lasciarlo passare. Richiuse la porta e andò d accendere due lampade per illuminare la stanza.

“Avrete freddo” continuò senza voltarsi, e si diresse verso il camino per ravvivare il fuoco che si era già quasi spento.

La voce della donna ruppe ancora il silenzio della stanza:

“Io sono Sabrina e gestisco questa locanda con mio marito Carlo.”

L’uomo aveva notato in quest’ultima osservazione una punta di imbarazzo. Sabrina si era aggiustata, con finta noncuranza, una ciocca di capelli biondi che le usciva dalla cuffietta da notte che ancora indossava, e l’occhiata veloce e guardinga con i grandi occhi azzurri che gli aveva lanciato, non gli era sfuggita. Era chiaro che voleva velatamente informarlo che non si trovava in cascina da sola. Lui le sorrise e lei si fece più mansueta.

“Venga a sedersi vicino al fuoco” disse “intanto le preparo qualche cosa di caldo.”

E sparì dietro una porta di legno.

Lui si tolse il mantello e lo appoggiò su una poltrona accanto alla tuba e al bastone dall’impugnatura d’argento a forma di testa di lupo. Alzò lo sguardo sopra il camino. Il pendolo segnava quasi le due. Si lasciò andare su una sedia e si abbandonò ai ricordi.

Quella festa, il profumo delle camelie che stordiva i sensi per l’intensità. Le aveva fatte portare con quattro carrozze la mattina stessa e le aveva fatte adagiare nella grande fontana perché non perdessero la loro freschezza. Ora, ripensandoci, gli parevano una distesa di anime abbandonate nell’acqua con le loro vesti candide. Una visione. Funesta. Un delitto. Un delitto, il rosso del sangue che si allargava sulla camicia bianca, il sudore che correva sulla tempia, il gelo e poi, il buio.

Sabrina fece capolino dalla cucina e si avvicinò al tavolo. Appoggiò i piatti. Lo guardò con terrore, non capiva se stesse dormendo o fosse morto. Il pallore di quel viso su cui spiccavano le ciglia scure non lo dimenticò mai. Lo scosse, lo chiamò e lui si riebbe.

“Dovete scusarmi.” Disse l’uomo “Son molto stanco. Spero di non avervi spaventata troppo.”

Solo allora si accorse che una mano sanguinava. Sabrina guardò quella stessa mano e scomparve in silenzio. Tornò poco dopo con una fascia candida.

“Datemi la mano che ve la medico.” disse lei cercando di prendergliela.

Lo sguardo di lui si indurì improvvisamente e rifiutò. Doveva sanguinare, voleva sanguinare, avrebbe voluto vivere abbastanza per vederla sanguinare e riaprirla quando stesse guarendo. Voleva che il suo sangue scorresse per non dimenticare mai.

Sabrina era scossa. Capì che qualche cosa di grave era accaduto e preferì non intromettersi. Con aria allegra, per stemperare la tensione, esclamò:

“Mangi qualche cosa. Carne salada e scaglie di Trentingrana, fagioli e cavolo. Prepara tutto mio marito. Sa, son specialità delle sue parti, del Trentino.”

Non aveva fame ma il profumo e la dolcezza della donna lo convinsero ad assaggiare quel piatto di paesi lontani e Sabrina, soddisfatta, tornò in cucina.

L’uomo si accorse solo in quel momento che aveva fame. Da quanto tempo non toccava cibo? Gli eventi avevano preso il sopravvento. Lo avevano gettato in una dimensione irreale come se stesse vivendo un incubo provocato dagli eccessi di assenzio. Tornò tutto ancora una volta alla memoria. Il ballo, il profumo inebriante delle camelie, i candelabri accesi e il gioco di luci e ombre e poi, la musica, le risate, il rumore della seta dei vestiti eleganti delle signore e l’odore di tabacco.

Sul patio gli aveva messo una camelia nell’occhiello della giacca. La camelia simbolo di sacrificio. Pegno e, allo stesso tempo, impegno ad affrontare ogni sacrificio in nome dell’amore. E lui, il suo sacrificio lo stava compiendo.

Sobbalzò. Sabrina gli stava versando un calice di vino bianco mentre gli diceva con un sorriso:

“Sa, questo è Gewürztraminer. Come dice mio marito: “Tutti sanno dire “ti amo” pochi sanno dire Gewürztraminer!” e rise.

Lui sorrise ma gli si gelò sulle labbra. Le aveva detto “ti amo”, tremando. Stringendole le mani. Lei gli sorrideva con gli occhi rapiti e felici. Non rispose, gli mise la camelia all’occhiello e fuggì nell’immensa sala tra mille persone.

Sabrina lo osservò pensosa. Aveva l’aria triste, un’immensa malinconia nello sguardo perduto chissà dove. Non disse nulla ma, quella stessa malinconia, la sentì in fondo al cuore. Sparì e ricomparve, ma lui non si era mosso. Stava immobile a fissare il fuoco, la cui allegria e serenità, sembravano stonare con la struggente espressione del gentiluomo. Appoggiò sul tavolo un piatto di porcellana bianca finemente lavorato.

Lo strudel era uno dei suoi dolci preferiti. Glielo preparava sempre la cuoca quando era bambino. Sua madre faceva arrivare le mele appositamente dal Trentino per stupire gli ospiti con gusti impareggiabili. Lo mangiò assaporando ogni forchettata e per un attimo dimenticò tutto e tornò al periodo felice dell’infanzia.

Sabrina interruppe il corso dei suoi pensieri:

“Signore, è tardi. Se volete fermarvi a dormire qualche ora prima di partire vi preparo una camera.”

L’uomo la guardò e gli occhi gli si riempirono di lacrime. Con un’aria tutto ad un tratto divenuta disperata si alzò e disse:

“Lasciatemi andare, c’è una cosa che debbo fare. E la devo fare senza indugi e senza ripensamenti ora che ne ho piena convinzione.”

Sabrina tentò di trattenerlo:

“Ma signore, voi parete scosso e temo facciate qualche follia.”

Lui sorrise, di un sorriso sereno che tentava di celare la disperazione. Stringendo entrambi le sue mani nelle proprie e con la voce più dolce che aveva rispose:

“Cara signora, voi non saprete mai quanto abbiate fatto per me questa notte. Mi avete accudito come una mamma, mi avete regalato il ricordo della mia infanzia e per questi attimi io vi sarò eternamente grato.”

Sabrina si commosse e non voleva lasciare andare quelle mani che stringeva come fosse stata davvero una mamma nel momento in cui vede partire un figlio per la guerra.

L’uomo indossò il mantello e la tuba. Si avviò alla porta e, senza voltarsi, scomparve nella notte.

Sabrina stava sorseggiando un bicchiere di succo di mela sfogliando il giornale del mattino. Aveva l’abitudine di iniziarlo dal fondo. Un vezzo che aveva sempre avuto. Quasi volesse tenere per ultime le notizie più interessanti. Carlo la chiamò dalla cucina. Aveva bisogno delle spezie. Chiuse il giornale rassegnata ad iniziare la giornata di lavoro. Lo mise su un tavolo e solo in quel momento si accorse della notizia di prima pagina. Lanciò un urlo e il bicchiere le cadde infrangendosi sul pavimento rompendosi in mille pezzi.

La fotografia del gentiluomo della notte precedente era in prima pagina. Non poteva sbagliarsi. L’articolo diceva che l’uomo aveva ucciso in duello un nobile che lo aveva sfidato a causa di una donna promessagli in sposa ma innamorata di lui. La mattina stessa all’alba si era consegnato alle patrie galere e, dietro sua preghiera, era stato immediatamente giustiziato.

Sabrina si sedette sconvolta al tavolo dove la notte prima aveva cenato quel gentiluomo. Volse lo sguardo e sul divano, vide il bel bastone con l’impugnatura d’argento lavorata a forma di testa di lupo, e pianse.

Racconto di Caterina Cafarella Pria, concorso letterario 2013 de La Cascina

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