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IL SIGNORE DEL TEMPO di Elizabeth Weimar

La tormenta di neve infuriava implacabile ed il vento fischiava incessante. Pochi tavoli quella sera erano stati prenotati presso La Cascina, antico ristorante che respirava di storia e tramandava i sapori della tradizione tirolese.

I commensali si concentravano sul pasto e ben poco sulle chiacchiere, ammutoliti dal freddo come se li avesse derubati della parola.

Sulle tavole comparivano piatti di canederli in brodo, strangolapreti al Graukäse e cestini nei quali giacevano soffici bretzel ad allietare la gelida serata.

Io sedevo in un angolo per conto mio, di fronte al caminetto ed il vecchio orologio affisso sulla parete sovrastante. Avevo ordinato un piatto di spaetzle ed attendevo impaziente di gustarli.

Davo le spalle agli altri ospiti, desideravo allontanarmi dal contesto e concentrarmi sull’immagine di sfondo del mio portatile. Lo tenevo sempre con me, faceva parte del mestiere di fotoreporter e quella fotografia a far da sfondo al desktop era la mia conquista.

Mi venne servito del vino rosso denominato Teroldego, il mio preferito, color rubino e dall’inebriante retrogusto vagamente amaro. Lo sorseggiai alla salute di Morgana, senza distogliere lo sguardo dai suoi occhi fissi dall’altra parte della schermata.

‘Ordino sempre lo stesso, perchè il suo colore è lo stesso dei tuoi capelli ‘ bisbigliai come se lei fosse presente, incurante di quel che altre persone avrebbero pensato di me vedendomi dialogare con un computer.

Fu allora che una fredda mano si posò sulla mia spalla, mi voltai e sgranai le palpebre in presenza di un bellimbusto dall’espressione torva. Indossava un buffo cappello bluastro proprio come la mantella che lungo le spalle gli scivolava fino alle caviglie lasciando intravedere dei pesanti scarponi in cuoio fradici di neve scioltasi sul pavimento. I suoi lunghi capelli argentati erano raccolti in un sontuoso codino ma quel che di lui incantava lo sguardo erano i suoi magnetici occhi turchesi, più limpidi del cristallo.

‘Amico’ cominciò con tono grave ‘Ingombri l’ingresso della mia dimora’.

Inforcai gli occhiali e risposi: ‘Come prego?’.

Diedi poi un’occhiata intorno ma l’insolito personaggio materializzatosi dal nulla non destava la curiosità dei presenti. L’uomo accennò una smorfia di circostanza ed indicò l’orologio sopra il caminetto.

Sghignazzai azzardando una controrisposta: ‘E’ molto divertente, la prego, sono reduce da una lunga giornata di lavoro..’.

‘Anch’io’ sentenziò lui impavido.

Cominciavo ad innervosirmi. ‘Senta, vorrei se ne andasse da qui, sono molto stanco e non ho tempo da perdere con i suoi giochetti.’

‘Tempo da perdere?’ l’uomo si levò il cappello e gettando la testa all’indietro si accomodò al mio tavolo senza permesso.

‘Dice di non aver tempo da perdere signor Valentino ma le garantisco, che il tempo non gradisce essere fermato e soprattutto, venir sprecato’.

Vaneggiava? quell’uomo era pazzo! digrignai i denti pronto ad abbaiargli in faccia il mio disappunto ma lui incalzò nuovamente: ‘Quelli come lei, recano noie al tempo ed il tempo è mio signore e padrone. Lei non solo intralcia l’ingresso di casa mia ma si fa beffe del mio padrone burlandosi del suo valore prezioso’.

Era serio, incredibilmente serio e quando spostò lo sguardo sul mio portatile un brivido mi percorse la schiena.

‘Morgana’ scandì lettera per lettera il suo nome, come poteva conoscerla? e soltanto allora mi accorgevo che poc’anzi aveva distintamente pronunciato anche il mio.

‘Conosce Morgana?…anzi no!…come può sapere il mio nome? ma chi è lei?!’.

‘Ogni risposta trova il suo tempo signor Valentino ed ora mi segua’.

L’uomo si arrampicò sul tavolo, con naturalezza imprimette una possente spinta alle lancette del grande orologio verde e queste cominciarono a ruotare all’impazzata. Un acceccante bagliore spalancò il mio orizzonte. Fu allora che mi sentii trascinare per il bavero verso il nulla e quando spalancai gli occhi ero in Armenia.

Non potevo crederci. Non era cambiato nulla nei tre anni posteriori il mio ultimo soggiorno li.

Quando mi accorsi che le persone di fronte a me non potevano vedermi, ne sentirmi e toccarmi credetti di essere morto.

Lo stupore raggiunse il culmine nel vedermi persino al di fuori del mio corpo. Ero io, ma i miei capelli erano più lunghi ed indossavo vestiti ben più poveri. Ero vivo perchè respiravo e mi muovevo e tutto sommato sembravo anche felice! che cosa stava succedendo?.

Poi la vidi, Morgana, bellissima, con gli stessi lunghi capelli ramati e le cavigliere dorate che mi piacevano tanto. Camminava accanto a me, appariva serena ma incredibilmente stanca.

Sussultai accorgendomi che era in stato avanzato di gravidanza. Osservai per tutto il giorno me e Morgana condurre la vita di una coppia sposata pentendomi amaramente di aver anteposto la mia carriera a lei, conosciuta durante il mio soggiorno in Armenia ed amata più di ogni altra donna nella mia vita.

Nel cuore della notte però accadde l’irreparabile. Morgana in preda alle doglie andò incontro a delle complicazioni, a nulla valsero i soccorsi in ospedale perchè morì dando alla luce la bambina che la seguì poche ore più tardi.

Il dolore per me fu tale che mi parve di uscirne pazzo. Fu allora che l’uomo misterioso si materializzò alle mie spalle ancora una volta e sorridendo cominciò a parlarmi con tono pacato: ‘Ora comprendi? trascorrere la vita rimpiangendo quel che non hai scelto e privandoti del resto è una perdita di tempo. Un insulto ad un dono prezioso che una volta sprecato, è perso per sempre’.

Mi asciugai le lacrime, sentendomi irradiato di una consapevolezza misericordiosa.

‘Questo è ciò che sarebbe accaduto se io non l’avessi abbandonata?’ domandai per quanto chiaro apparisse.

‘Esattamente e vuoi sapere che cosa invece è accaduto grazie alla tua decisione?’ lo desideravo ardentemente. In un attimo fui catapultato all’interno di una mensa, vi erano bambini di tutte le età ed una sagoma scura in lontananza serviva loro il pranzo.

Quando questa si voltò riconobbi Morgana, rimasi folgorato. Intervenne allora la mia guida: ‘Un anno dopo la tua partenza, Morgana si mise il cuore in pace e ben presto fu colta da una vocazione. Prese i voti ed oggi si occupa dei piccoli orfani ospiti in questo convento’.

Sembrava felice, nel suo volto brillava una luce più luminosa di quella che sfavillava quando le giurai eterno amore.

‘Cosa farai signor Valentino?’ domandò allora il mio rivelatore.

Avevo trascorso tre anni concentrandomi al massimo sul lavoro, era la scusa perfetta per evitare contatti con chiunque altro. Volevo dare un senso alla mia scelta, far si che abbandonare Morgana non fosse stato un sacrificio inutile. Non avevo amici, ne una fidanzata, dedicavo ben poco tempo persino ai miei genitori. Tuttavia ogni sera contemplavo la foto che le avevo scattato, tutto quel che mi restava di lei.

Bruciavo così la mia esistenza, il mio tempo, ignaro che la mia decisione era in realtà voluta da un destino magnanimo che avrebbe impedito di spezzare la vita.

Di Morgana ed il tempo che ora lei dedicava a quei bambini, come fossero i suoi, identici alla nostra figlioletta mai nata. Ed io che cosa stavo facendo invece? Morgana avrebbe forse voluto vedermi in quello stato? se volevo dare un senso a quella scelta dolorosa per entrambi lo stavo facendo nel modo giusto?

‘Ora che conosco la verità … non sprecherò il mio tempo ulteriormente, tanto per cominciare vorrei consumare i miei spaetzle prima che sia troppo tardi e si raffreddino! ‘.

Scoppiammo in una fragorosa risata ed in un baleno mi sentii catapultare nuovamente nel nulla, trovandomi accomodato al mio tavolo. Mi guardai intorno stralunato, le persone degustavano i loro piatti perdendosi in piacevoli chiacchiere, di fronte a me il portatile era spento ed al mio fianco si ergeva Sabrina, la proprietaria del ristorante intenta a servirmi il piatto fumante.

Sorrisi accorgendomi che sul tavolo quel vecchio volpone aveva dimenticato il suo cappello.

L’indomani non cessai di impegnarmi nel lavoro, cominciai però ad inviare parte del denaro che guadagnavo a sostegno del convento in Armenia per il quale Morgana si prodigava.

Stavo dando veramente un senso a quel sacrificio.

Trovai del tempo da dedicare ai miei genitori, riconquistai amicizie perdute e di li a poco conobbi Denise.

In diverse occasioni tornai al ristorante La cascina e come di consueto brindai all’insegna del mio vino preferito e lo feci sempre alla salute di quell’uomo misterioso al quale ero debitore di un favore prezioso: mi aveva restituito il mio tempo.

Racconto di Elizabeth Weimar, concorso letterario 2013 de La Cascina

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