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Parafrasi canto 39 (XXXIX) del poema Orlando Furioso

80
Così che le navi che da Astolfo aveva ricevuto
Dudone, armate con genti valida,
che la sera avevano avvistato quelle di Agramante,
e si erano quindi indirizzate subito verso di loro,
assalirono i nemici quando questi non se lo aspettavano,
gettarono gli arpioni ed incatenarono tra loro le navi,
dopo essersi prima accertati, dal loro parlare,
che fosse gente pagana e quindi loro nemici.

81
Le grandi navi cristiane, nell’arrivare,
(soffiando il vento a favore del loro desiderio)
si scagliarono contro quelle dei saraceni con una tale forza,
che molte ne furono subito affondate e buttate sul fondo del mare.
Iniziarono poi ad agire con le mani e con la saggezza,
e ferro e fuoco e sassi molto pesanti
lanciarono contro il nemico in una così intensa e violenta tempesta,
che mai fu mai vista in mare una simile a questa.

82
I soldati di Dudone, ai quale la forza ed il coraggio
vengono dati dall’alto, da Dio, in misura superiore al solito
(essendo arrivato il momento di punire
i saraceni per le lore numerose cattive azioni),
sanno colpire così bene sia da vicino che da lontano,
che la gente di Agramante non trova luogo dove potersi riparare.
Gli cade sulla testa una nuvola di freccie;
ai lati ha spade, lancie, uncini ed accette.

83
Sente cadere dall’altro sassi grossi e pesanti
scagliate da catapulte e da macchine per scagliare proiettili;
e distruggono le prue e le poppe delle navi nemiche,
ed aprono larghi e profondi squarci dai quali ha accesso il mare;
ma il danno maggiore lo fanno i malvagi incendi,
veloci a nascere e lenti ad attenuarsi.
Lo sfortunato equipaggio vuole sottrarsi
da quel grande pericolo, che vivono ogni ora sempre di più.

84
C’é chi, spinto dalle armi del nemico,
si getta nel mare, affoga e vi resta morto:
un altro che sa invece muovere braccia e piedi a tempo (nuotare),
va a cercare la salvezza su una o sull’altra barca;
ma quella che trova, carica più del giusto, lo caccia,
e la sua mano, troppo insistente nel voler salire,
fa rimanere attaccata, mozzata, al bordo:
il resto del corpo torna in mare e lo colora di rosso sangue.

85
Un altro che spera di poter salvare la vita nel mare,
o perderla almeno in modo meno doloroso,
dopo che muovendosi a nuoto non ha trovato nessun aiuto,
e si sente mancare sia il coraggio che la forza,
all’incendio violento dal quale è riuscito a scappare,
viene infine riportato dalla pura di annegare:
si avvinghia ad un legno in fiamme, e per la paura
che ha di morire, viene ucciso sia dal fuoco che dall’acqua.

86
Un altro, per la paura dello spuntone e dell’accetta
che si vede vicino, cerca invano la salvezza in mare,
perché gli viene dietro una pietra o una freccia
che non lo lascia andare troppo lontano, lo uccide subito.
Ma sarebbe forse, ora che risulta piacevole
il mio racconto, un consiglio utile e sensato,
di farlo terminare piuttosto che proseguire troppo oltre,
e rischiare di annoiarvi con il mio troppo parlare.

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