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Parafrasi canto 39 (XXXIX) del poema Orlando Furioso

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Non rimasero però ferme; ma si cacciarono nel gruppo
degli altri nemici che tentavano la fuga;
facendone, con ogni colpo della spada, da ogni parte,
cadere morti senza possibilità di alzarsi più.
I pagani fuggivano senza alcuna possibilità di successo, perché
per quanto fuggissero non potevano più mettersi in salvo;
perché Agramante, per la sua sicurezza, aveva fatto
chiudere le porte rivolte verso il campo di battaglia,

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e fatto anche tagliare tutti i ponti
sul Rodano. Ah popolo sfortunato,
che quando è in gioco l’interesse del tiranno,
è sempre considerato alla pari di un gregge di pecore e capre!
C’è chi affoga nel fiume e chi nel mare,
ed anche chi bagna con il suo sangue la terra.
Molti morirono, pochi furono fatti prigionieri;
perché pochi erano in grado di pagarsi il riscatto.

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Del gran numero di persone che fu uccisa
durante questa ultima battaglia dall’una e dall’altra parte
(benché il numero non fu certo ripartito in misura uguale;
essendo molti di più i saraceni che furono uccisi
per mano di Bradamante e di Marfisa),
è possibile vederne ancora le traccie in quella terra;
presso ad Arles, dove il Rodano diviene palude,
la campagna è infatti piena di sepolcri.

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Il re Agramante aveva intanto fatto salpare
e mettere al sicuro in alto mare le navi più grosse,
lasciando alcuni, con le navi più leggere, a prendere
quelli che volevano salvarsi sulle navi.
Rimase lì due giorni interi per raccogliere tutti quelli che
fuggivano, anche perché i venti erano violenti e non favorevoli:
il terzo giorno fece spiegare le vele al vento;
credendo di riuscire a fare ritorno in Africa.

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Il re Marsiglio che ha una grande paura
che tocchi alla sua Spagna pagare le conseguenza della guerra,
e teme quindi che quella tempesta orribilmente scura
vada alla fine a scatenarsi sulle sue terre;
si fece lasciare a Valensia, e con grande cura
iniziò a fare riparare tutti i castelli e le roccaforti,
ed a preparare quella guerra che fu poi
la sua rovina ed anche la rovina dei suoi amici.

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Agramante spiegò verso l’Africa le vele
di quelle navi male armate e quasi vuote;
vuote di uomini ma piene di lamenti,
perché tre quarti di loro erano rimasti in Africa.
C’é chi dice che il re è arrogante, chi che è crudele,
chi che è uno stupido; e come avviene in queste situazioni,
tutti nel segreto del loro animo lo odiano;
ma hanno anche paura e stanno calmi contro voglia.

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Nonostante questo a volte due o tre di loro parlano,
perché sono amici, e si fidano l’uno dell’altro,
e sfogano così la collera e la rabbia repressa.
ma il povero Agramante è invece ancora convinto
che ognuno lo ama, e lo venera.:
e gli succede questo, perché non vede
altro che visi che fingono, e non ascolta
altro che adulazioni, bugie ed inganni.

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Il re africano aveva deciso
di non sbarcare nel porto di Biserta,
avendo ricevuto notizia certa che il popolo nubiano
aveva oramai il controllo di quella costa:
ed aveva invece deciso di oltrepassare la città tanto da evitare uno sbarco difficile e pieno di ostacoli;
per scendere a terra, e ritornare indietro dritto di filato
a dare soccorso al suo popolo oppresso.

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Ma il suo crudele destino che non rende conto
di quella sua decisione accorta e saggia,
volle invece che la flotta nata per miracolo
dalle foglie sulla costa africana,
e che andava solcando i mari in direzione della Francia,
si incontri con quella di Agramante di notte,
con un tempo nuvoloso, buia e triste, così che sia colto
alla sprovvista e le conseguenze siano peggiori.

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Agramante non ha ancora ricevuto nessuna notizia, sul fatto
che Astolfo abbia mandato una flotta tanto imponente;
ma non avrebbe neanche creduto a chi glielo avesse detto
che un ramoscello possa dar vita a cento navi:
ed avanza quindi senza temere che intorno a lui ci possa
essere chi abbia il coraggio di muovergli contro;
non fa mettere quindi né guardie né vedetta nella gabbia,
che lo avvisi di ciò che ha scoperto, che ha avvistato.

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