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Introduzione alle SATIRE di Ludovico Ariosto

La maturità del poeta. Le Satire sono una raccolta di sette componimenti poetici che Ludovico Ariosto scrisse tra il 1517 e il 1525, nella fase in cui l’autore era prevalentemente impegnato nella revisione dell’Orlando Furioso. Sebbene composte in una fase artistica in cui buona parte dello sforzo poetico era profuso in favore della maggiore opera ariostesca, le Satire non rappresentano un impegno estemporaneo né possono essere considerate un’opera di minore importanza. Innanzitutto il periodo di composizione coincide con quello della massima maturità artistica dell’autore; in secondo luogo la stesura della prima satira segue di poco la fine del rapporto lavorativo di Ludovico con il cardinale Ippolito, momento cruciale nella vita del poeta. Per queste ragioni e per il particolare carattere autobiografico e moraleggiante dei testi, si tratta a tutti gli effetti di un’opera cruciale tanto sul piano estetico quanto su quello interpretativo della complessa personalità dell’artista.

Modelli latini, ma un genere nuovo. Il titolo tradisce fin da subito il modello che si nasconde dietro la composizione: si tratta del poeta latino Quinto Orazio Flacco, autore di 18 Satire che trattavano gli argomenti più disparati, spesso con un punto di vista critico sulla società, un intonazione moraleggiante e un intento pedagogico. Ariosto spoglia le sue Satire dalla critica moralistica per conferir loro un carattere più personale, quasi una confessione ad alta voce che fornisce un autoritratto dell’autore. L’altra novità rispetto all’opera oraziana risiede nella struttura epistolare delle Satire ariostesche: ogni testo ha un destinatario/interlocutore reale, cui Ariosto si rivolge, instaurando un rapporto dialogico e confidenziale. Questa caratteristica deriva a sua volta da Orazio, non già dalle Satire, bensì dalle Epistole, opera alquanto originale e innovativa nel contesto latino, di cui l’autore si servì per esprimere con tono più colloquiale la propria visione del mondo. Ariosto ha quindi piegato i due generi alle proprie esigenze, ricavandone un prodotto nuovo e personale tanto nella struttura quanto nello stile.

Da ultimo è oraziano anche l’impiego dell’apologo, che si innesta in alcuni tratti della narrazione e risponde perfettamente agli intenti morali ai toni leggeri e talvolta ironici dell’opera.

La metrica. Un problema di non minor conto che l’autore ferrarese dovette affrontare riguarda l’aspetto metrico. In questo caso Ariosto non si rivolse alla letteratura latina, ma preferì guardare alla già grande tradizione volgare della nostra letteratura, risolvendosi per la terzina dantesca, ma adattandola a un tono più dimesso e colloquiale.

I temi. Sul piano tematico l’opera ci offre uno spaccato del mondo di corte del Cinquecento, e in generale alla società dell’epoca, nei confronti della quale il poeta non risparmia accuse. D’altro canto è il carattere autobiografico a emergere, il motivo della libertà dell’intellettuale (prima Satira), il rapporto con la terra d’origine e l’esilio (quarta Satira), la fedeltà all’amata e a Ferrara (settima Satira), l’educazione e la formazione dell’individuo (sesta Satira), tutte beninteso filtrate dalle esperienze biografiche del poeta. In particolare nella settima Satira si rinnova uno dei motivi fondamentali dell’intera produzione dell’Ariosto: la fallacia e la vanità dell’ambizione e la disillusione dinanzi alle false promesse del mondo. Sembra che tutto il percorso ariostesco possa riassumersi nella ricerca della serenità e della semplicità delle cose, perseguita con distacco e saggezza, quasi a voler rinverdire la morale oraziana.

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