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Alessandro Manzoni, autore del romanzo I Promessi Sposi

La concezione della storia. Nelle Osservazioni sulla morale cattolica (1819) Manzoni esprime le sue idee in merito alla storia e alla letteratura, concezioni che resteranno valide almeno fino al compimento del suo capolavoro, I promessi sposi. Per Manzoni la storia è un intrico di avvenimenti violenti e soprusi, a partire dalle origini, mentre è solo il Medioevo cristiano che ha posto le radici della società moderna. L’interesse di Manzoni non è posto nelle grandi figure del passato, ma in quelle persone che la storia stessa ha reso invisibili, perché appartenenti a quelle masse senza nomi tralasciate dai libri. Questa visione negativa della storia si approfondisce nelle tragedie, che videro la luce pochi anni dopo, e nei Promessi sposi, dove su uno sfondo concreto e reale (il Seicento), gli umili protagonisti combattono contro l’oppressione e la violenza, guardando fiduciosi verso il volere divino, la “provida sventura”. Da qui emerge una visione tragica dell’esistenza, che permea tutta la produzione letteraria manzoniana: l’esigenza di guardare al “vero” apre le porte a un’arte vivificata da un impegno morale e civile. È per questo che Manzoni rifiuta il vuoto formalismo classicistico e affronta temi e questioni che sente vivi e più vicini alla propria coscienza.

L’utile, il vero, l’interessante. La letteratura ha uno scopo preciso che va al di là della finzione idilliaca e disimpegnata cui erano abituati i classicisti. Nella Lettera sul Romanticismo (1823), indirizzata a Cesare d’Azeglio, Manzoni espone tre principi fondamentali del Romanticismo italiano e della propria poetica: «la letteratura in genere [deve] proporsi l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo». Ereditando alcune concezioni illuministe della letteratura, Manzoni ritiene che l’aspetto educativo e morale («l’utile per iscopo») è il fine della letteratura. L’esigenza del “vero” è l’altro aspetto che a Manzoni preme particolarmente: in tutte le sue opere la veridicità storica è fondamentale per comprendere al meglio le vicende che muovono i popoli e i protagonisti delle sue opere. L’“interessante” è l’evoluzione del concetto di “dilettevole”: per Manzoni è opportuno trattare vicende che suscitino l’interesse dei contemporanei, che siano vicini alle esigenze di un gruppo di lettori che non si limiti all’élite dei letterati. Non a caso questo terzo principio si attua compiutamente nel romanzo, il più moderno tra i generi letterari e quello destinato a un pubblico più vasto.

Lo sguardo religioso sul mondo. Secondo Manzoni il suo “sistema” ispirato al vero, all’utile e all’interessante ha una «tendenza religiosa», cioè può avere un influsso positivo sul pubblico, stimolare i valori più alti di un essere umano, porre le basi di una società giusta. Una società giusta secondo Manzoni non può essere al di fuori di una concezione evangelica della società, tuttavia il pessimismo di fondo conduce Manzoni a spostare più in là il raggiungimento della felicità: essa non è possibile nel mondo terreno, bensì in quello eterno. È intorno a questa concezione che ruotano tanto le tragedie (in particolare Adelchi) quanto soprattutto il romanzo. Resta inteso però che il cattolicesimo è la sola forza in grado di contrastare la negatività della storia e portare a una maturazione tanto gli uomini quanto la società.

La questione della lingua. Lo scopo educativo della letteratura e la sua azione nella società degli uomini resterebbe vano se non ci fosse una lingua comune, comprensibile a un intero popolo. È in particolar modo su questo aspetto che la questione culturale-letteraria entra in simbiosi con quella sociale-politica. A partire dalla stesura degli Inni sacri, Manzoni si è posto il problema dei destinatari delle sue opere e del linguaggio da adottare. Se nella poesia l’autore milanese non è riuscito del tutto a liberarsi di echi classicisti e a portare a compimento quella rivoluzione del linguaggio che si era prefissato, nel romanzo egli riesce a trovare quel codice comune tra chi scrive e chi legge, quella lingua che, nelle sue intenzioni, sarebbe potuta essere quella dell’Italia futura. La scelta della lingua parlata dai fiorentini colti per la revisione dei Promessi sposi ha aperto una via nuova alla letteratura italiana e ha offerto una lingua viva, agile, disincrostata da quell’artificiosità che ancora caratterizzava la scrittura dei contemporanei di Manzoni.

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