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IL CICLO DEI VINTI di Giovanni Verga

Romanzi del ciclo dei vinti:
i Malavoglia
Mastro Don Gesualdo


Il progetto e la struttura. La Prefazione ai Malavoglia è qualcosa in più di un testo che accompagna il romanzo. Gli argomenti che tratta e gli intenti che rivela ne fanno una sorta di prefazione all’intero ciclo dei Vinti, che Giovanni Verga progettava già al momento dell’uscita del primo romanzo. Il ciclo inizialmente doveva chiamarsi La marea, simbolo dell’onda che travolge tutti, vincitori e vinti, di fronte alle ferree leggi della natura. Verga aveva intenzione di portare a termine cinque romanzi, I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, La Duchessa di Leyra, L’onorevole Scipioni e L’uomo di lusso. Verga ha in mente un ciclo narrativo alla stregua dei Rougon-Macquart di Zola, senza tuttavia soffermarsi sulla determinazione genetica e sociale che caratterizza il naturalismo; intende piuttosto soffermarsi sulla lotta per la vita che combattono tanto gli ultimi quanto il politico o l’artista.

«Nei Malavoglia non è ancora che la lotta pei bisogni materiali. Soddisfatti questi, la ricerca diviene avidità di ricchezze, e si incarnerà in un tipo borghese, Mastro-don Gesualdo […]. Poi diventerà vanità aristocratica nella Duchessa de Leyra; e ambizione nell’Onorevole Scipioni, per arrivare all’Uomo di lusso, il quale riunisce tutte coteste bramosie […] e ne è consunto».

L’ineluttabile legge del mondo. La tesi di fondo del ciclo è mostrare l’ineluttabilità delle leggi del mondo, cioè la lotta per la sopravvivenza e la ricerca di condizioni di vita migliore che conducono il genere umano a una lotta senza quartiere di tutti contro tutti, indipendentemente dallo strato sociale di appartenenza. I protagonisti sono, per Verga, «altrettanti vinti che la corrente ha deposto sulla riva, dopo averli travolti e annegati». La “corrente” di cui scrive è definita più chiaramente «fiumana del progresso» nelle righe iniziali della Prefazione: infatti i “Vinti” sono delle vittime inconsapevoli del progresso, della febbrile marcia in avanti della civiltà che nel suo cieco cammino si inimica il fato e va incontro a una sciagurata catastrofe.

Una fitta rete di relazioni. I personaggi rappresentano i diversi gradini della scala sociale e agiscono nei rispettivi ambienti. In una lettera all’editore Treves del 1880, Verga chiarisce che I Malavoglia incarnano le sfere più basse del genere umano, quelli che devono combattere per il soddisfacimento dei bisogni primari; Mastro-don Gesualdo appartiene alla piccola borghesia di provincia; La duchessa di Leyra si inserisce già nelle «alte sfere» a Palermo; con L’onorevole Scipioni si giunge nella capitale e ci si confronta con i vizi e le ambizioni dei politici; infine L’uomo di lusso, nobile con aspirazioni artistiche che vive a Firenze. Tra questi personaggi esiste un’ulteriore rete di legami che avrebbero fatto apparire il ciclo come una saga familiare sui modelli naturalisti dell’amato Zola: La duchessa di Leyra è Isabella, la figlia di Bianca Trao e Gesualdo (molto probabilmente nata da una relazione extraconiugale di Bianca con Ninì Rubiera, altro personaggio del Mastro-don Gesualdo) che va in sposa al duca di Leyra; L’onorevole Scipioni è figlio di Isabella, nato a sua volta da una relazione extraconiugale con un cugino nobile e spiantato, Corrado La Gurna; quest’ultimo sarebbe stato il futuro Uomo di lusso. Da questi legami sono esclusi I Malavoglia, eccetto per il personaggio dell’onorevole Scipioni, che potrebbe essere identificato nel giovane avvocato Scipioni, personaggio di contorno alla vicenda principale.

Un progetto incompiuto. Il progetto tuttavia non fu mai portato a termine. Solo I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo furono dati alle stampe, mentre della Duchessa di Leyra ci resta l’abbozzo del primo capitolo e parte del secondo. Uno dei motivi dell’abbandono del progetto, al di là dei nuovi impegni di Verga che si dedicò alla gestione delle sue proprietà, è da ricondurre alla difficoltà di adattare la tecnica della scrittura verista a personaggi delle sfere sociali più elevate. Poiché la scrittura verghiana tende a non descrivere mai lo stato d’animo, ma a rappresentarlo tramite l’azione dei personaggi, questa tecnica avrebbe incontrato notevoli difficoltà nella rappresentazione delle più articolate e sfuggenti psicologie di personaggi il cui carattere è stato levigato dall’educazione, dalla cultura, da un ambiente fatto di buone maniere, più attento alla forma e più incline alla finzione.

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