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LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO di Giacomo Leopardi | Testo, parafrasi e commento

[nextpage title=”Testo” ]

E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

Leggi tutta la poesia: LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO

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[nextpage title=”Parafrasi” ]

Parafrasi strofa 7:
E tu, ginestra flessuosa,
che adorni di boschi profumati
queste campagne spoglie [inaridite dal vulcano],
anche tu presto soccomberai
alla forza crudele della lava [che per ora cova sotto la terra]
che ritornando sui luoghi già noti [perché già seppelliti in passato]
stenderà il suo manto avido
sui tuoi teneri boschi. E sotto il pesante manto che ti condurrà alla morte
piegherai il tuo capo innocente senza opporre resistenza:
ma non fino ad allora piegato codardamente a supplicare
colui che ti opprimerà; e nemmeno eretto
con insensato orgoglio nei confronti delle stelle,
né su questo terreno arido,
dove avesti in sorte non per tua scelta,
ma per destino sia il tuo luogo di nascita sia la dimora;
ma lo piegherai perché sei molto più saggia
e tanto meno folle dell’uomo, perché
non credesti la tua razza resa immortale
da te stessa o dal fato.

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[nextpage title=”Analisi” ]

Analisi:
La forma e lo stile. La ginestra o il fiore del deserto fu scritta da Giacomo Leopardi nel 1836 a villa Ferrigni alle falde del Vesuvio, nel comune di Torre del Greco, dove il poeta ha risieduto negli ultimi anni della sua vita. Il componimento è apparso per la prima volta nell’edizione dei Canti del 1845, postumo. Seguendo le indicazioni di Leopardi, Antonio Ranieri ha posto l’ampio poemetto (sette strofe di ben 317 versi) in ultima posizione, seguito solo da un’appendice di sette componimenti di minore impegno. Dal punto di vista stilistico La ginestra segna un’ulteriore tappa nel percorso poetico leopardiano, che purtroppo non ha avuto seguito per la morte prematura del poeta. Se dal punto di vista del dettato poetico il poemetto risente dello stile arduo e severo del “ciclo di Aspasia”, si registrano diversi elementi di novità: l’io poetico si annulla a vantaggio di uno stile impersonale e oggettivo; l’ambientazione idillica viene ripresa, ma il paesaggio è arido e desertificato; al vagheggiamento lirico si affianca la riflessione con un tono e un linguaggio di esattezza filosofica; le parti descrittive convivono con quelle ragionative e meditative. Il poemetto infatti è una lunga riflessione filosofica che talvolta segue il tono della prosa, con le rime che appaiono perfino secondarie nell’andamento del discorso. Probabilmente è proprio questa la grande novità dell’ultima fase poetica leopardiana: annettere al linguaggio della poesia temi e concetti che sono di pertinenza della filosofia.

I temi. La poesia dispiega attraverso le sette strofe un’articolata sinfonia di temi, presentandosi forse come il testo più complesso dei Canti. Il paesaggio arido del Vesuvio è vivacizzato dal profumo e dal colore giallo della ginestra, protagonista del poemetto. Da questo scenario Leopardi prende spunto per riflettere sulla fragilità dell’uomo dinanzi all’imprevedibilità della natura. La finitezza e la piccolezza dell’uomo davanti alla vastità del cosmo ne fanno un essere trascurabile nell’economia dell’universo. Pertanto ha poco senso l’atteggiamento ottimistico degli intellettuali del tempo che inneggiano alle «magnifiche sorti e progressive» (v. 51). Questa cieca fiducia nel progresso fa dell’Ottocento un «secol superbo e sciocco» (v. 53) che ha smarrito l’indirizzo dato dai secoli immediatamente precedenti, che con la ragione si interrogavano sul destino dell’uomo. L’unica salvezza per il genere umano, secondo Leopardi, è instaurare rapporti di solidarietà fra uomo e uomo e combattere insieme la natura incurante delle sue sorti. La ginestra è il nuovo modello di comportamento: questo fiore non si oppone alla lava del vulcano, ma nemmeno implora salvezza, solo è consapevole del proprio ruolo in quel fragile equilibrio e presto o tardi sarà travolta. La felicità dunque è ancora esclusa dalla visione di Leopardi, ma almeno persiste la dignità della resistenza. Questa evoluzione della “filosofia” leopardiana è la chiave di volta dell’ultimo periodo e ha indotto gli studiosi a interpretarla come una svolta “politica”, al punto che la critica marxista e in particolare Cesare Luporini hanno posto l’accento su un atteggiamento “progressivo” e su una potenzialità democratica del suo pensiero, a partire da una morale pessimistica.

Il ruolo della ginestra inoltre riconduce al ruolo della poesia: nella sua “inutilità” all’interno degli equilibri del mondo e della natura essa si erge con dignità facendo la sua parte con quel poco di colore e profumo per abbellire un mondo arido e votato all’utile.

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