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A SE STESSO di Giacomo Leopardi | Testo, parafrasi e commento

[nextpage title=”Testo” ]

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

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[nextpage title=”Parafrasi” ]

Parafrasi:
Ora ti fermerai per sempre,
mio cuore stanco. Morì l’ultima illusione (l’amore),
che io credevo eterna. Morì. In noi
è spenta non solo la speranza, ma perfino
il desiderio delle dolci illusioni [d’amore].
Arrestati per sempre. Battesti
a sufficienza. Nessuna cosa è degna
dei tuoi battiti, né la terra è degna
dei sospiri [di desiderio]. La vita è nient’altro
che amaro e noia; e il mondo è fango.
Acquetati ormai. E per l’ultima volta
dispera. Il fato non donò altro
che la morte all’umanità. Ormai ti disprezza
la natura, quel malvagio potere che, nascostamente,
governa al fine di arrecare sofferenza universale
e regna sull’infinità inutilità di tutto.

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[nextpage title=”Analisi” ]

Analisi:
La forma e lo stile. A se stesso è la terza poesia di Giacomo Leopardi del “ciclo di Aspasia”, composto dopo il 1831 e prima del 1835. Dal punto di vista stilistico rappresenta un unicum nel percorso leopardiano. La brevità della poesia (16 versi) costituita da una singola strofa l’accomunerebbe agli idilli, ma a differenza di componimenti come L’infinito e Alla luna, che presentano solo endecasillabi, qui vi sono anche settenari. La poesia, inoltre rivela una struttura tripartita di 5 versi che si ripete in modo simmetrico fino al penultimo verso, motivo che la rende ulteriormente differente dalla canzone libera. In accordo con il disvelamento delle illusioni, il tono del componimento è perentorio e austero, il lessico è prevalentemente astratto (inganno, speme, desiderio, amaro, noia, nulla, vanità…), dominato da sostantivi. La scarsità di aggettivi mostra l’allontanamento dall’effusione lirica tipica degli idilli, che qui cede il passo a un atteggiamento quasi sprezzante del poeta. L’io lirico rifiuta ogni consolazione e rinuncia perfino alla contemplazione del vero: si pone in modo quasi agonistico nei confronti della realtà, una volta svelato l’inganno di una natura in ogni caso matrigna. Lo stesso andamento sintattico è franto, spezzato: prevalgono frasi brevi, al limite dell’epigrammatico.

I temi. «L’infinita vanità del tutto» con cui si conclude la lirica ne è il tema principale. A esso si aggiunge la disillusione amorosa da cui prende avvio la constatazione dell’assoluta negatività del mondo. I primi versi ribaltano il finale del Pensiero dominante, dove la speranza di vedere l’amata rappresenta un’illusione salvifica: qui invece il poeta parla al proprio cuore, ribadendo l’impossibilità di ogni speranza («Perì l’inganno estremo», v. 2) e prefigurandogli una stagione in cui la sua palpitazione cesserà. Ancora una volta, quindi, come in Amore e morte, al sentimento amoroso può far seguito solo la morte. Del resto null’altro è concesso all’umanità, secondo il poeta, riprendendo un concetto espresso in modo molto simile nell’Ultimo canto di Saffo. Tuttavia gli imparativi seguenti («Posa per sempre», «T’acqueta») sembrano indicare una tensione vitale del cuore che non vuole cedere all’annichilimento.

È interessante notare come il titolo, A se stesso, ponga in evidenza l’idea leopardiana di una poesia rivolta al poeta stesso. Del resto, come lo stesso Leopardi scrive nello Zibaldone, «il poeta è spinto a poetare dall’intimo sentimento suo proprio, non dagli altrui» (29 agosto 1828).

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