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Introduzione alle OPERETTE MORALI di Giacomo Leopardi

Le Operette rappresentano infatti il culmine della sfiducia nella natura, l’approdo definitivo al meccanicismo e all’ateismo, il che non significa tuttavia l’abbandono dell’esercizio critico e la rassegnazione alla negatività. La sostanza filosofica delle Operette si ascrive invece proprio a quel filone del pensiero critico che si pone come obiettivo lo smascheramento delle credenze, dei luoghi comuni, dei falsi miti che imprigionano la lucidità e l’intelligenza umana. Da questo punto di vista infatti le Operette possono essere lette come un’anticipazione del nichilismo che trova in Nietzsche il proprio compimento. L’intento di Leopardi infatti è proprio quello di criticare i costumi degli uomini, che si fanno incantare dalle sirene del progresso scientifico ed economico, dalla fiducia nel futuro in nome di un ottimismo che non trova ragion d’essere. Leopardi vuole portare davanti ai loro occhi la negatività dell’esistenza, senza mediazione, mostrare la macchina distruttrice della natura, ma al contempo invita gli uomini alla solidarietà: esemplare in questo senso il Dialogo di Plotino e di Porfirio, che in parte anticipa le riflessioni della Ginestra.

Lo stile. La «leggerezza apparente» delle Operette è data da uno stile unico e innovativo. Innanzitutto il ricorso all’ironia, che permea il testo a ogni livello, mette al riparo i dialoghi da ogni cupezza, mettendo anzi in risalto il ridicolo e il comico di taluni atteggiamenti umani. Di conseguenza ne nasce uno sguardo spesso straniato del reale: infatti affidare a personaggi immaginari o favolistici, come gnomi e folletti, il giudizio sugli uomini muove il testo in una dimensione nuova, nello stesso tempo affascinante e verosimile. In questo modo Leopardi pone l’accento anche sulla relatività della condizione umana rispetto agli accadimenti dell’universo: è come se il poeta recanatese mostrasse la piccolezza dell’uomo e la sua inconsistenza di fronte al cosmo, di cui è solo una minima e trascurabile parte. In questo modo l’uomo non è più al centro, ma un elemento marginale. Sul piano più strettamente linguistico Leopardi si rifà in parte ai dialoghi di Galileo, in particolare per la chiarezza espositiva e l’impostazione razionale, ma non rinuncia alla componente emotiva, ereditata direttamente dalla propria lirica, giocando su figure tipiche della poesia leopardiana e su una ricchezza e brillantezza inusuali in una prosa filosofica. Si tratta di una lingua moderna, che dialoga con la tradizione trattatistica cinquecentesca senza tuttavia le sue complesse volute sintattiche, ma si pone su un piano diverso, spostando più avanti, in direzione della bellezza e della finezza l’uso della sintassi e del vocabolario. Anche in ragione di questa particolare veste linguistica le Operette ebbero scarsa fortuna. È interessante notare che la loro uscita data 1827, lo stesso anno di pubblicazione di un altro grande classico della nostra letteratura, i Promessi sposi.

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