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Introduzione alle TRAGEDIE di Alessandro Manzoni

La scelta del genere tragico. L’interesse dei romantici e di Alessandro Manzoni verso la tragedia è dovuto alla possibilità di rispettare la verità storica, di indagare i sentimenti e le passioni dei protagonisti e di rapportare una determinata epoca ai fatti d’attualità: riferendosi alla situazione italiana, Manzoni può indirettamente far leva sul sentimento patriottico e mostrare la vanità della ragion di stato, che procura guerre e fa soccombere i più deboli.

Il rinnovamento del modello classico. Per salvaguardare la verità storica, Manzoni ridisegna il modello della tragedia classica. La novità più importante è rappresentata dal rifiuto delle tre unità aristoteliche – unità di tempo, di luogo, di azione – in quanto esse, come scrive nella Lettre à M. Chauvet, isolavano gli avvenimenti in una dimensione astratta, fuori dal tempo storico, rendendo i fatti del tutto inverosimili, i caratteri e le passioni esagerate e le azioni prive di logica. La tragedia classica inoltre veniva meno ai fini morali che si proponeva, perché comunicava allo spettatore sentimenti e principi falsi.

Con l’ausilio dell’invenzione poetica, che esprime gli stati d’animo e i sentimenti dei protagonista, nella tragedia manzoniana invece i fatti storici appassionano di più lo spettatore e lo inducono a prendere posizione rispetto a quanto sta vedendo in scena e quindi a esprimere un giudizio morale nei confronti dei personaggi.

L’introduzione dei cori. Della tragedia classica Manzoni salva i cori. Tuttavia, come spiega nella prefazione al Conte di Carmagnola, il coro non rappresenta più lo spettatore ideale della tragedia greca, che interloquisce con l’attore o commenta i fatti, ma è uno spazio che l’autore ritaglia per sé, per esprimere la propria opinione sui fatti raccontati.

Il conte di Carmagnola. Il primo dramma manzoniano è Il conte di Carmagnola, frutto di una lunga e laboriosa stesura fra il 1816 e il 1820. Manzoni dà vita al conflitto tra l’uomo d’animo nobile (Francesco Bussone) e la ragion di stato, che porta necessariamente il primo a soccombere. La storia appare, come in altre opere manzoniane, una sentina di intrighi, crudeltà e bassezze, dove le vittime sono inevitabilmente gli innocenti.

Adelchi. Adelchi fu scritto più velocemente, tra il 1820 e il 1821, e la sua stesura si sovrappose in parte a quella del Fermo e Lucia. Adelchi, principe longobardo, incarna l’animo nobile e generoso, che si contrappone a Carlo Magno, re dei Franchi, esempio del calcolo politico e dell’ambizione personale. Al pari di Adelchi, la sorella Ermengarda è vittima di intrighi e macchinazioni politiche.

L’innocenza del protagonista è un’ulteriore novità del dramma manzoniano, in linea con gli intenti morali e religiosi dell’opera: la vittima da sacrificare alla ragion di stato rimanda alla figura di Cristo e infatti sia Adelchi sia Ermengarda sono eroi della fede, che pagano con la vita le colpe altrui.

Dal dramma classico al dramma cristiano. Con la tragedia di Adelchi si compie il passaggio dal dramma classico al dramma cristiano e il fato si trasforma in provvidenza. Adelchi ed Ermengarda finiscono per amare il proprio destino, visto come il compimento della volontà di Dio: Adelchi, affidandosi a Dio, non cede alla tentazione del suicidio; Ermengarda, sopraffatta dal dolore, arriva perfino a perdonare il proprio carnefice Carlo, che l’ha ripudiata.

Il concetto di provvidenza tuttavia sancisce la fine dell’avventura manzoniana con il genere tragico: le divinità non sono più impassibili come nel modello classico, la tragedia del protagonista non può più essere immotivata; nella tragedia manzoniana il Dio cristiano partecipa del dolore degli uomini e offre una possibilità di riscatto a chi accorda il proprio agire al disegno divino. Il prossimo passo di Manzoni è inevitabilmente l’approdo al romanzo, dove questi nuovi attori trovano un contesto più adeguato alle proprie azioni.

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