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Giovanni Verga

Romanzi del ciclo dei vinti: Le NOVELLE Il TEATRO
i Malavoglia
Mastro Don Gesualdo

Giovanni VergaTre fasi letterarie. La parabola artistica di Giovanni Verga (1840-1922) è alquanto singolare nel panorama letterario nazionale dell’epoca: affacciatosi dapprima al romanzo patriottico e risorgimentale, passò alla narrativa di intrattenimento con storie sentimentali e di seduzione che riscossero grande successo di pubblico su scala nazionale. Quasi all’improvviso mutò la sua ricerca letteraria che si orientò su temi “rusticani” e veristi sullo sfondo della sua Sicilia. È senza dubbio per questa terza fase della sua produzione letteraria che Verga merita un posto apicale nella grande narrativa italiana: il rigore e l’originalità con cui ha saputo applicare le tecniche dell’impersonalità e della presa diretta, il ricorso a un lingua colloquiale prossima al dialetto siciliano, l’efficacia con cui ha saputo rappresentare gli ultimi, i “vinti”, ne fanno uno dei più grandi romanzieri della letteratura italiana.

I romanzi post-risorgimentali. In un primo momento il giovane Verga si lasciò sedurre da ideali patriottici, complici la tradizione familiare (il nonno paterno era stato capo della Carboneria a Vizzini) e gli studi presso la scuola di don Antonino Abate, repubblicano e carbonaro. I tre romanzi di questo periodo raccontano storie di libertà e indipendenza basati su fonti storiche.

La narrativa mondana. Con il mercato letterario in espansione, il proliferare di riviste e quotidiani, Verga si trasferì dalla natia Sicilia prima a Firenze e poi a Milano, due poli dell’editoria, alla ricerca dell’opportunità di vivere del proprio ingegno: fu in questo contesto che lo scrittore catanese poté introdursi nei salotti letterari e pubblicare i suoi primi romanzi di successo, caratterizzati da ingredienti tardo-romantici, vicende di passione e tradimenti per venire incontro ai gusti del pubblico.

La scelta verista. Il 1874 fu un anno spartiacque: lo scrittore pubblicò la sua prima novella di ambientazione rusticana, Nedda, che per temi, argomento e tecnica narrativa si discostava decisamente dalle storie mondane, fornendo un’anticipazione della scrittura verista. Nedda è un’umile raccoglitrice di olive che vive in un mondo arido di sentimenti e di grave arretratezza economica e culturale. La novella fu un inatteso successo che indusse Verga ad esplorare questo nuovo territorio narrativo.

Il rapporto con il naturalismo. La frequentazione fiorentina di Luigi Capuana, allora critico teatrale per il quotidiano “La nazione” influì sulla formazione veristica di Verga. Capuana era un ammiratore di Zola e lettore dei fratelli Goncourt, esponenti del “romanzo sperimentale” e del naturalismo francese, che ebbero un grande successo in quegli anni (del 1877 è L’Assommoir di Zola, parte del celebre ciclo Rougon-Macquart). Questi scrittori professavano una poetica improntata al più scrupoloso realismo, allo studio minuzioso dell’ambiente di vita dei personaggi, ricorrendo a un metodo “sperimentale” (cioè all’insegna dello studio scientifico, “clinico”) per studiare le patologie della società francese e rifiutando qualsivoglia coinvolgimento del narratore nei fatti narrati. Verga, pur non producendo nessun manifesto circa la sua adesione ai canoni veristi, accolse molti atteggiamenti del naturalismo, respingendo tuttavia il carattere “clinico” e “sperimentale” avanzato dai Goncourt: lo scrittore catanese era poco attratto dal trionfalismo scientifico né tanto meno era intenzionato a offrire un romanzo-referto con intenti pedagogici e sociologici. Come ebbe a scrivere Capuana in una recensione al romanzo I Malavoglia dell’amico e corregionale: «Un’opera d’arte non può assimilarsi un concetto scientifico che alla propria maniera, secondo la sua natura di opera d’arte. […] Il positivismo, il naturalismo esercitano una vera e radicale influenza nel romanzo contemporaneo, ma soltanto nella forma, e tal’influenza si traduce nella perfetta impersonalità di quest’opera d’arte».

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