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VOLARE di Luigi Pirandello | Testo

Stettero in silenzio per un lungo pezzo. Poi la madre disse:
– E pettinati almeno, Nené! Non posso più vederti così arruffata!
– Mi pettino, e poi? – domandò Nené, riscotendosi.
– E poi… poi t’acconci un po’ – aggiunse la madre. – Non vuoi davvero andare per quei sacchettini?
– Dove vado? con che vado? – gridò Nené, scattando in piedi, rabbiosamente.
– Potresti da lei…
– Da chi?
– Dalla tua amica, con una scusa…
– Grazie!
– Oh, per me, sai, – disse allora, stanca, la madre, – se mi lasci morire così, tanto meglio!
Nené non rispose, lì per lì; ma sentì in quel breve silenzio crescere in sé l’esasperazione; alla fine proruppe:
– Ma se non basto! se non basto! Non vedete? M’arrabatto e, per far più presto, invece di guadagnare, la ritenuta a quella strega ritinta! e qua i sacchettini alla giraffa sposa, che li vuol belli… Non ne posso più! Che vita è questa?
Adelaide allora balzò dal letto, pallida, risoluta:
– Qua la veste! Dammi la veste! Torno a bottega!
Nené accorse per costringerla a rimettersi a letto; la madre si protese, spaventata, dalla poltrona; ma Adelaide insisteva, cercando di svincolarsi dalla sorella.
– La veste! la veste!
– Sei matta? Vuoi morire?
– Morire. Lasciami!
– Adelaide! Ma dici sul serio?
– Lasciami, ti dico!
– Ebbene, va’! – disse allora Nené, lasciandola. – Voglio vederti!
Adelaide, lasciata, si sentì mancare; si sorresse al letto; sedette sulla seggiola, lì, in camicia; si nascose il volto con le mani e ruppe in pianto.
– Ma non fare storie! – le disse allora Nené. – Non prendere altro fresco, e non scherziamo!
La ajutò a ricoricarsi.
– Esco io, più tardi, – poi disse, facendosi davanti allo specchio sul cassettone, e ravviandosi dopo tanti giorni i capelli con un tale gesto, che la madre dalla poltrona rimase a mirarla per un lungo pezzo, atterrita.
Non disse altro Nené.
Prima d’uscire, col cappello già in capo, stette a lungo, a lungo, presso la finestra a guardar fuori, attraverso i vetri bagnati dalla pioggia.
Sul davanzale di quella finestra, in un angolo, era rimasta dimenticata una gabbietta, dalle gretole irrugginite, infradiciata ora dalla pioggia che cadeva da tanti giorni.
In quella gabbietta era stata per circa due mesi una passerina caduta dal nido, nei primi giorni della scorsa primavera.
Nené l’aveva allevata con tante cure; poi, quando aveva creduto ch’essa fosse in grado di volare, le aveva aperto lo sportellino della gabbia:
– Godi!
Ma la passeretta – chi sa perché! – non aveva voluto prendere il volo. Per due giorni lo sportellino era rimasto aperto. Accoccolata sulla bacchetta, sorda agli inviti dei passeri che la chiamavano dai tetti vicini, aveva preferito di morir lì, nella gabbia, mangiata da un esercito di formiche venute su per il muro da una finestrella ferrata del pianterreno, dov’era forse una dispensa. Proprio così. Quella passeretta era stata uccisa dalle formiche in una notte mangiata dalle formiche, sciocca, per non aver voluto volare. Per non aver voluto cedere all’invito, forse, d’un vecchio passero spennacchiato, ch’era stato in gabbia anch’esso tre mesi, una volta, per offese al buon costume.
Ebbene, no. Dalle formiche, no, lei non si sarebbe lasciata mangiare.
– Nené, – chiamò la madre, per scuoterla.
Ma Nené uscì di fretta, senza salutar nessuno. Mandò i denari, ogni giorno. Non la rividero più.

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