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NON RECIDERE, FORBICE, QUEL VOLTO di Eugenio Montale | Testo, parafrasi e commento

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

Parafrasi:
Forbice, non tagliare quel volto,
che orma rimane da solo nella memoria che va cancellandosi,
non fare che il suo grande viso [che ricordo] sempre in ascolto
si dissolva nel nulla e si trasformi nella solita nebbia che caratterizza la mia vita.

Cala il freddo della lama… il colpo secco recide
La cima dell’albero [ma si può intendere anche: “scatta il colpo secco”]
E l’acacia ferita scuote il guscio di una cicala
Che cade nella fanghiglia formatasi per via delle prime piogge di novembre.

Analisi:
La forma e lo stile. La lirica di Eugenio Montale, dal tono arguto e dalla misura breve tipici dei Mottetti, è suddivisa in due strofe di quattro versi. Ognuna è costituita da 3 endecasillabi e un settenario, quest’ultimo posto in chiusura della prima strofa e al penultimo verso della seconda. La simmetria non perfetta è finalizzata all’ottenimento di una sottesa trama musicale, basata più sulla variazione che sul parallelismo. Infatti le rime, talvolta imperfette (sempre / novembre), sono dislocate in vari punti del testo, generando raccordi tra le due strofe e una finissima tessitura musicale: oltre alle rime in punta di verso, se ne contano due al mezzo (cala / cicala e svetta /belletta), a cui si aggiunge una serie di rimandi fonici interni (acacia / cicala; la sequenza di consonanti quasi identica, benché invertita nell’ordine, dei due versi finali di ogni strofa). Le immagini della forbice e dell’acacia ferita sono il correlativo oggettivo della perdita della memoria. Belletta è parola dantesca (VII canto dell’Inferno) e dannunziana. La minuziosa elaborazione formale ne fa uno dei vertici della poesia montaliana.

I temi. La lirica è emblematica della sezione Mottetti dell’opera Le occasioni, dedicata al tema amoroso e a Irma Brandeis, la donna che compare sotto le vesti di un fantasma angelico, salvifico. Composta nel 1937, riprende il tema della memoria, che già caratterizza La casa dei doganieri. La forbice (v. 1) è quella del tempo, o meglio, dell’oblio cui costringere lo scorrere degli eventi. Il poeta non si rivolge, quindi, a un tu femminile, ma direttamente al tempo, esortandolo a risparmiare, nella sua azione cancellatrice, il volto della donna amata, l’unico baluardo della memoria e l’unico in grado di offrire un orientamento al poeta in un momento in cui la storia comincia a farsi minacciosa; ma la preghiera non viene esaudita (un freddo cala…) e il poeta si appresta all’ennesimo scacco che lo destina alla precarietà dell’esistenza. La perdita della memoria è esemplificato dal guscio di cicala che crolla dall’acacia rovinando nella fanghiglia novembrina: è un sudicio involucro vuoto, così come la mente del poeta, incapace di trattenere i ricordi. Il tono sentenzioso e la finissima concentrazione espressiva del mottetto certificano l’impossibilità di porre argine all’azione del tempo e al farsi della storia, che provocano lo smarrimento dell’uomo e la fine delle illusioni.

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