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VERRA’ LA MORTE E AVRA’ I TUOI OCCHI di Cesare Pavese | Testo, parafrasi e commento

La forma e lo stile. Contrariamente a quanto sperimentato da Pavese nella sua prima raccolta poetica, Lavorare stanca (1936), caratterizzata da un verso lungo e narrativo, che ricalca quello di alcuni poeti americani tradotti da Pavese (in primis Walt Whitman), Verrà la morte e avrà i tuoi occhi segna un ritorno alla tradizione italiana, fondata sull’urgenza di esprimere liricamente il mondo interiore del poeta. Infatti nella lirica e in tutta la raccolta Pavese adotta versi e misure brevi. Ciò non significa che Pavese cede alle istanze ermetiche: non c’è oscurità nella sua ultima fase poetica, non c’è allusività, ma chiarezza e una certa perentorietà del dettato, benché sia caratterizzata da una fitta trama di metafore e simboli. A tratti si registrano rimandi diretti e indiretti a motivi leopardiani, come la “vita” e il “nulla” che compaiono nello stesso verso, così come accade nella celebre lirica A se stesso del poeta di Recanati. All’insegna del Leopardi del ciclo di Aspasia sono anche la perentorietà e l’asciuttezza dei versi, la desolazione e la rassegnazione amara a una vita che conduce verso «un grido taciuto, un silenzio», quindi lontana persino dalla possibilità di aprirsi all’espressione, alla parola. La lirica è di 19 versi, suddivisi in due strofe di novenari, che presentano uno scarso ricorso alle rime, a eccezione della rima identica “occhi”, che ricorre ai versi 1, 5 e 14 (quest’ultimo riprende esattamente l’incipit della poesia).

I temi. La poesia nasce da un amore conclusosi amaramente, quello per Constance Dowling che abbandonerà Pavese, dopo una breve relazione, pertanto la lirica è segnata dal senso dello scacco e del fallimento, dal destino inevitabile e dalla sconsolata desolazione. La triplice occorrenza della parola “occhi” introduce il tema principale della poesia, tipico delle tradizioni petrarchesca e stilnovista, ma in questo caso Pavese capovolge l’assunto tipico di quella poesia, che vuole gli occhi e lo sguardo dell’amata come forieri di un nascente amore e di una sorta di incantesimo al quale cede il poeta. Gli occhi dell’amata sono quelli della morte, quelli di un «viso morto» e di «un labbro chiuso». Da qui il secondo motivo della lirica: la morte, tipico dell’ultimo Pavese e innestato sul recupero del mito e dell’archetipo, non solo in chiave antropologica, ma simbolico-esistenziale, richiamando in prima persona il poeta che manifesta la sua delusione nei confronti della vita, rivelatasi leopardianamente “nulla”. La vita, l’amore e la morte: questi tre motivi che fondano l’esistenza di ogni essere umano (motivo che sembra riassunto nei primi due versi della seconda strofa, in cui si sottolinea che la morte ha lo sguardo della persona amata per ognuno: «Per tutti la morte ha uno sguardo. / Verrà la morte e avrà i tuoi occhi») sono per Pavese “archetipi ancestrali”, come riportato in una pagina del suo diario, Il mestiere di vivere, e sono strettamente legati tra loro: sulle prime due incombe la morte, che vanifica ogni speranza, in un’eco ancora una volta leopardiana.

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