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Letteratura italiana del 900: l’inizio secolo

I GRANDI AUTORI DEL NOVECENTO ITALIANO:
Calvino Italo
Montale Eugenio
Pavese Cesare
Pirandello Luigi
Saba Umberto
Svevo Italo
Ungaretti Giuseppe


L’inizio secolo Tra le guerre Dal secondo dopoguerra al XXI secolo

La fine delle certezze. L’aspetto che più ha caratterizzato i primi anni del Novecento è il crollo del sistema di valori ottocentesco, con un conseguente disorientamento dell’essere umano che mai in precedenza si era mostrato in dimensioni così vaste. Il senso di crisi, che si manifesta su pressoché tutti i campi e investe la coscienza stessa dell’uomo, è il risultato di più fattori: eventi storici di portata mondiale, scoperte scientifiche, rivoluzioni filosofiche, profonde trasformazioni sociali ed economiche. Sul piano più strettamente culturale la psicanalisi e le varie teorie scientifiche e filosofiche, che mettono in scacco verità assolute, giocano un ruolo di primo piano nelle trasformazioni vissute dalla letteratura occidentale nel XX secolo.

La crisi del realismo e la perdita della visione unificante. Come effetto immediato di queste trasformazioni, in letteratura e in particolare nella prosa entra in crisi l’idea di realismo e, parallelamente, la fiducia da parte del narratore di poter investigare ogni aspetto del reale. Il narratore del XX secolo rinuncia ad attribuire un senso complessivo agli accadimenti della vita, vista la complessità e l’irriducibilità del reale: si ha quindi la perdita di una visione totale e unificante delle cose e la voce narrante si lascia sedurre dal molteplice, dalla casualità, da un caotico ammasso di frammenti. Il caso si sostituisce al ferreo determinismo che aveva alimentato le grandi narrazioni del secondo Ottocento, conseguentemente il rapporto stesso tra narratore e personaggio si complica: il personaggio non ha più i tratti dell’eroe e non è rappresentativo di un ambiente e di un ceto, ma è in balia di eventi che sfuggono alla logica causa-effetto.

Nuove soluzioni e sperimentazioni. Queste novità sul piano strettamente formale si traducono in una ricerca senza sosta di nuove soluzioni e sperimentazioni: il monologo interiore, il flusso di coscienza, l’introduzione di digressioni filosofiche nella narrazione, la focalizzazione interna al personaggio e la narrazione in prima persona, con un punto di vista parziale e sfalsato, l’approccio spesso enciclopedico alla realtà, il tentativo di fornire una sovrabbondanza di dettagli nella totale mancanza di organicità… In breve, non esiste più un narratore onnisciente né una trama lineare: gli intrecci si disarticolano e il narratore preferisce seguire la trama di pensieri del personaggio, spesso contorta e priva di coerenza; le pagine del romanzo novecentesco indugiano sui dubbi, le riflessioni, i tormenti della coscienza, moltiplicano il tempo interiore a discapito di quello degli orologi, danno forma ai fantasmi della mente. Se Italo Svevo e Luigi Pirandello sono stati i maggiori interpreti italiani di questo nuovo universo narrativo – il romanzo dell’esistenza e d’analisi –, e tra i primi ad avventurarsi in questi territori (Senilità è addirittura del secolo precedente, mentre Il fu Mattia Pascal è del 1904), in Europa in quegli stessi anni e in particolare negli anni Venti rivestono un ruolo decisivo scrittori del calibro di Marcel Proust, James Joyce, Thomas Mann, Virginia Woolf e Robert Musil, che si impongono come modelli per la coeva e successiva letteratura mondiale.

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