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Umberto Saba

Saba “antimoderno” e la linea “antinovecentista”. La critica letteraria si è interrogata a lungo sul rapporto tra Saba e la lirica del suo tempo, cercando di «spiegare perché è storicamente moderno essendo quasi completamente agli antipodi degli altri moderni» (Giacomo Debenedetti). In parte si può rispondere sostenendo che l’attenzione per la psicanalisi colloca perfettamente Saba nel suo tempo e riflette una luce nuova su tutta la sua poesia, ponendola pienamente nella “crisi” del primo Novecento. Una risposta più articolata a tale domanda è offerta da Pasolini che analizzando la lirica del Novecento distinse la linea “novecentista” da quella “antinovecentista”. La prima faceva capo a Ungaretti, agli ermetici e alla “poesia pura”, una poesia di intensa sperimentazione, fatta di parole evocative, talvolta oscure, che dovevano condensare la verità in poche sillabe; la seconda era in parte riconducibile a Montale – il quale si era cimentato in una poesia che rendeva “versificabile” anche il brutto, l’impoetico, i relitti della quotidianità – ma soprattutto a tutto quel filone che sosteneva una lirica sommessa tra cui spiccavano Gozzano e appunto Saba, riconosciuto come maestro da molti poeti della seconda metà del Novecento, tra cui Penna, Sereni, Giudici. L’antinovecentismo di Saba si manifesta proprio nel rifiuto delle più ardite innovazioni poetiche e nel disinteresse per  la “crisi della parola”, che invece rappresentava uno dei temi più frequentati dai poeti suoi contemporanei.

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