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Parafrasi canto 25 (XXV) del Purgatorio di Dante

allo stesso modo l’aria si addensa intorno all’anima
assumendo quella forma che a lei viene impressa
in modo virtuale dall’anima che lì si è fermata;

ed allo stesso modo in cui una fiammella
segue il fuoco in qualsiasi sua variazione, mutazione,
così la nuova forma segue ovunque l’anima che l’ha generata.

E dal momento che l’anima deve a questa forma la sua visibilità,
viene detta ombra; ed a partire da questa forma dà poi origine
ad ogni percezione sensoriale fino ad arrivare alla vista.

Grazie a questa nostro corpo d’aria noi anime parliamo e ridiamo;
grazie a lui possiamo fare tutti quei pianti e quei sospiri
che avrai certamente potuto sentire in tutti i punti di questo monte.

A seconda che siamo tormentati da desideri
o da altri sentimenti, l’ombra che ci avvolge si conforma di conseguenza;
ed è per questo suo comportamento che tu ti stupisci.”

Eravamo oramai giunti là dove viene espiato l’ultimo tormento,
avevamo girato verso destra, e la nostra attenzione
era già anche rivolta ad una nuova preoccupazione.

In quel punto del Purgatorio la parete rocciosa butta fuori una fiamma,
e dal bordo della cornice spira un vento verso l’alto
che la respinge e la allontana dal bordo stesso;

per tale motivo era per noi meglio procedere sul lato esterno
uno dietro all’altro; ed io avevo paura del fuoco
da una parte, e di cadere giù nel vuoto dall’altra.

La mia guida Virgilio mi diceva: “Procedendo in questo luogo
si deve necessariamente tenere lo sguardo ben fisso sulla strada,
perché altrimenti sarebbe veramente facile fare un passo falso.”

“Summae Deus clementiae” sentii in quel momento
cantare all’interno di quella grande fiamma, cosa che mi fece desiderare
di voltarmi quanto desideravo camminare con attenzione;

e vidi così degli spiriti che camminavano all’interno di quel fuoco;
ed iniziai così a fare attenzione ai loro ed ai miei passi,
distribuendo sguardi ora agli uni ed ora agli altri.

Non appena terminato l’ultimo verso di quell’inno
tutte le anime gridavano forte: “Virum non cognosco”;
per ricominciare subito dopo a cantare l’inno con voce bassa.

Finito nuovamente, gridavano ancora: “Nel bosco
rimase Diana, mentre venne cacciato Elice
che aveva assaggiato il veleno di Venere, il veleno dell’amore.”

Subito dopo tornavano nuovamente a cantare; poi gridavano esempi
di donne e di uomini che si mantennero casti
come è imposto dalla virtù e dal matrimonio.

E credo che questo alternare l’inno alle grida durerà
per tutto il tempo che passano a bruciare in quel fuoco:
con questa cura e con questi cibi è opportuno

che la loro ferita alla fine si rimargini.

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