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Parafrasi canto 7 (VII) del Purgatorio di Dante

Quell’anima che siede più in alto di tutti e mostra, nell’atteggiamento
che tiene, di aver trascurato in vita i suoi doveri,
e che stà zitto, non non mescola la sua voce al canto collettivo,

fu l’imperatore Rodolfo d’Asburgo, colui che in vita avrebbe potuto
curare le ferite che hanno poi ucciso l’Italia,
così che adesso è troppo tardi per l’intervento di altri.

L’altro spirito che vedete confortare il primo (Rodolfo),
regnò sul territorio dove sgorgano le acque
che la Moldava versa nell’Elba, e l’Elba poi a suo volta riversa nel mare:

il suo nome fu Ottocaro, e fin da quando era avvolto nelle fasce, fin
dall’infanzia, si mostrò migliore di quanto sia suo figlio Venceslao
anche nell’età adulta, che preferisce invece dedicarsi all’ozio ed ai piaceri.

E quello spirito con il naso piccolo (Filippo III), che vedi parlare
tanto intensamente con quell’altro che ha l’aspetto tanto benevolo,
morì mentre si ritirava e faceva perdere petali al giglio di Francia:

guardate come si batte adesso il petto disperato!
Osservate come l’altro vicino a lui (Enrico I) tiene la guancia
appoggiata sul palmo della mano e sospira sconfortato.

Sono rispettivamente il padre ed il suocero della rovina di Francia (Filippo il
Bello): sanno che vita viziata e corrotta conduce il loro discendente,
ed è per questo che sono così afflitti dal dolore.

Quell’anima (Pietro III d’Aragona) invece che ci appare così muscolosa
e che si accorda, nel canto, con quell’altra che ha il naso tanto marcato
(Carlo I d’Angiò), in vita si distinse per ogni genere di virtù;

e se dopo di lui avesse regnato
quello spirito giovane che siede adesso dietro di lui,
le virtù si sarebbero tramandate completamente, da vaso in vaso,

cosa che non si può invece dire degli altri eredi;
Giacomo II e Federico II governano i due regni, Sicilia ed Aragona;
ma nessuno dei due ha avuto l’eredità migliore.

Raramente infatti rinascono nei figli
le virtù dei padri; e così vuole colui (Dio)
che le distribuisce, così che gli venga riconosciuto il merito.

Le mie parole valgono anche per Carlo d’Angiò, l’anima con il grosso naso,
e non solo per l’altro spirito, Pietro III, che canta insieme a lui,
perché l’Italia meridionale e la Provenza già lo rimpiangono.

Suo figlio, la pianta nata dal suo seme, è tanto inferiore a lui
quanto, più di Beatrice di Provenza e Margherita di Borgogna,
Costanza ha motivo di vantarsi del marito, Pietro d’Aragona.

Potete poi vedere anche quel re che condusse una vita tanto semplice
sedere là in disparte, da solo, è Arrigo III d’Inghilterra:
costui ha avuto maggiore fortuna con i discendenti.

Infine quello spirito che siede tra costoro ma in posizione più bassa,
e che guarda verso l’alto, è Guglielmo, marchese di Monferrato,
colui a causa del quale la città di Alessandria, con la sua guerra,

porta dolore e lacrime nel Monferrato e nel Canavese.”

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