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Parafrasi canto 8 (VIII) del Paradiso di Dante

Dissi questo a lui; e lui mi rispose: “Se io riesco
a spiegarti una verità, la risposta a ciò che mi domandi
potrai averla chiara davanti a te e non più alle tue spalle.

Dio, il sommo bene che tutto il regno che stai attraversando
muove ed allieta, fa sì che la sua Provvidenza diventi
in questi corpi celesti virtù, capace di influire sul mondo.

E non solo le varie nature sono determinate
dalla mente divina, assolutamente perfetta in sé,
ma insieme ad esse anche la loro capacità di realizzarsi nel piano divino universale, per il loro benessere:

perciò tutto quello che questi cieli dispensano
cade secondo il fine preordinato da Dio,
come un freccia verso il suo bersaglio.

Se così non fosse, il cielo che stai attraversano
produrrebbe come effetti tali,
che non sarebbero creazioni ordinate ma disastri;

ma così non può essere, a meno che le intelligenze
che muovono queste stelle siano imperfette ed imperfetto
sia anche il Primo Motore, che non le ha create perfette.

Vuoi che questa verità ti sia meglio chiarita?”
Risposi io: “No certo; poiché vedo che è impossibile
che la natura commetta errori laddove domina il dovere.”

Continuo pertanto l’anima: “Ora dimmi, sarebbe peggio
per l’uomo se sulla terra non ci fosse un ordine civile?”
“Sì”, risposi io; “e di questo non ti chiedo spiegazioni.”

“E ci potrebbe essere un organizzazione civile se giù sulla
terra non si esercitassero in modo diverso funzioni diverse?
Non di certo, se Aristotele scrive cose giuste.”

Procedette così nel suo ragionamento fino a questo punto;
infine concluse dicendo: “Devono essere allora differenti le
attitudini che vi spingono a svolgere mansioni diverse:

per cui uno nasce legislatore come Solone e l’altro re come
Serse, l’altro sacerdote come Melchisedech e l’altro artista
come Dedalo, il cui figlio Icaro morì nel tentativo di volare.

I cieli, che imprimono il marchio della loro virtù
sugli uomini, esercitano in modo adeguato la loro arte,
ma senza prestare attenzione ai diversi casati.

Da ciò deriva il fatto che Esaù abbia sin dalla nascita
un carattere molto diverso da quello del gemello Giacobbe;
e che Romolo nasca da un padre tanto ignobile che alla fine si preferì attribuire la sua paternità a Marte.

La natura dei figli ricalcherebbe
sempre quella dei padri
se non intervenisse la Provvidenza divina.

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