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Parafrasi canto 21 (XXI) del Paradiso di Dante

Ma neppure l’anima più splendente del cielo,
neppure quel Serafino che più fissa il suo sguardo in Dio,
non potrà soddisfare la tua domanda;

poiché quello che tu chiedi si inoltra tanto
nel mistero della volontà divina,
che rimane inaccessibile alle menti di ogni creatura (umana e divina).

E quando tornerai nel mondo mortale,
riferisci queste parole, cosicché l’uomo non ardisca
più a penetrare questo mistero.

L’intelletto umano, che qui (in Paradiso) risplende, in Terra è offuscato (dal peccato);
quindi puoi capire come laggiù può fare
ciò che qui non è concesso neppure una volta assunto in cielo”.

Così le sue parole mi frenarono,
tanto che io abbandonai la questione, e mi ritrassi
a chiedere con umiltà chi fosse quell’anima.

“Tra le due coste d’Italia (Adriatica e Tirrena) sorgono i monti (Appennini),
non molto distanti dalla tua patria (Firenze),
così alti che superano in altezza (il punto) dove si formano i tuoni

e formano un’altura che si chiama Catria,
ai cui piedi si trova un monastero,
che da lungo tempo è consacrato solo al culto di Dio”.

Così cominciò il suo terzo discorso;
e poi, continuando, disse: “In quell’eremo
mi dedicai con così salda vocazione al servizio di Dio,

che pur nutrendomi solo con cibi scarni
trascorrevo tranquillamente estati e inverni,
appagato dalla vita contemplativa.

Quel chiostro era solito fornire al Paradiso
un fertile numero di anime; e ora è diventato sterile,
cosicché presto si dovrà rivelare per ciò che è.

In quel luogo io fui Pietro Damiano,
e fui conosciuto come Pietro Peccatore
nella chiesa sul lido Adriatico (Santa Maria a Ravenna).

Mi rimanevano da vivere pochi anni,
quando fui chiamato ed eletto cardinale,
titolo che oggi si affida sempre più ai corrotti.

Pietro e Paolo, vaso dello Spirito Santo
vissero in umiltà e in povertà
accettando il cibo offerto loro in qualunque casa.

Ora, i moderni pastori pretendono
accompagnatori e portantini intorno e dietro di sé
tanto sono pesanti!

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